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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   IL PETRARCA E I TROVATORI.
   5-11
   Se lamentar augelli, o verdi fronde Mover soavemente all'aura estiva, 0 roco mormorar di lucid'onde S'ode d'una fiorita e fresca riva . . .
   10 mi asterrò dal pronunziare parole troppo severe verso lo scrittore francese, ma in ver.tà ci sarebbe da credere ch'egli si fosse accinto a scrivere del Petrarca e dei trovatori, senza conoscere nè l'uno nè gli altri.
   Mi farebbe credere lo stesso il sentire che viene attribuita ad imitazione di non so quale trovatore anche la terzina del primo sonetto :
   Ma ben veggi' or sì come al popol tutto Favola fui gran tempo : onde sovente Di me medesmo meco mi vergogno.
   In verità il dire tali cose mostra chiaramente che il Petrarca si è letto appena appena, sfogliando distrattamente il Canzoniere. Se il sig. Gidel avesse studiate tutte le opere di lui, se si fosse formato un concetto chiaro del suo carattere, egli avrebbe imparato che un tale pensiero era in lui frequentissimo, perchè era connaturato all'indole sua.
   11 Petrarca vecchio si vergognava della sua vita giovanile, e delle sue giovanili poesie, che chiamava inezie.
   Il primo sonetto del Canzoniere, scritto evidentemente per servire ad esso di introduzione, riassume in sè quello che sentiva il Petrarca negli anni della vecchiezza; e c'è grande somiglianza tra esso e la lettera colla quale egli manda le sue poesie volgari, nel 1373, a Pandolfo Malatesta; anzi c'è in codesta lettera un'allusione a quel primo sonetto, dove dice: « Alla diversità degli affetti serva di scusa la volubilità di un cuore infiammato d'amore, siccome è scritto sul principio » (1); onde io non crederei impossibile che il Petrarca scrivesse il sonetto introduttivo appunto nel 73, mandando la raccolta dei suoi (come dice) meschini scritti volgari al Malatesta.
   Non è dunque quasi ridicolo il supporre che il Petrarca vecchio, il Petrarca dottissimo, il Petrarca stanco e annojato della gloria e dell'amore, che finisce il sonetto che sta in fronte al suo dolce sogno giovanile con quel grido di amaro sconforto :
   E di mio vaneggiar vergogna è il frutto, E il pentirsi, e il conoscer chiaramente Che quanto piace'al mondo è breve sogno;
   che un tale uomo poi, e in tali condizioni di spirito, imitasse un trovatore per dire quello che già cento volte aveva detto:
   Di me medesmo meco mi vergogno?
   Potrei fare osservazioni consimili ad altri molti raffronti del signor Gidel. Se, per es., Guglielmo di Cabestaing ha detto: io non sarò mai tanto lontano, che l'amore che m'infiamma e mi tormenta mi allontani dalla mia dama ; il Petrarca lo ha imitato scrivendo:
   Ponmi ove '1 sol occide i fiori e 1' erba,
   Ponmi in cielo od in terra od in abisso,
   Sarò qual fui, vivrò com'io son visso, Continuando il mio sospir trilustre.
   (!) De Reb. Sen., XIII, 10.