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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   5-12 CAPITOLO VENTES1MOMUAKTO.
   abbia provato un forte dolore, una passione infelice e veemente, e che non sappia , che nella notte ogni male cresce di intensità1? Domandate a tutti coloro che solTrono, e tutti vi diranno che sospirano alla luce. C'era proprio bisogno che il Petrarca, anima fragile e sensibilissima, malata d'amore e di misticismo, andasse a imparare da un trovatore che nella notte gli infelici soffrono duplici pene! Noi siamo qui nel campo dei sentimenti umani; di quello che c'è di più vero e di più intimo nel dolore. L'imitazione non c'entra, perchè è la natura che parla.
   Strano poi è che il sig. Gidel giudichi affatto al rovescio 1' arte del Petrarca Egli legge in alcuni trovatori le lodi degli occhi, del viso, dei capelli, della bocca delle loro dame, e dice anche qui che il Petrarca li ha imitati, come se ogni innamorato, da Adamo in poi, non avesse, in prosa o in versi, sui libri, o nei più intimi colloquj d'amore, esaltate le bellezze, reali o immaginarie, della donna che ama.
   E per citare l'imitazione, sapete voi che cosa reca il signor Gidel1? reca quel sonetto :
   Onde tolse Amor l'oro e di qual vena Per far due trecce bionde? e in quali spine Colse le rose? ecc.;
   c dice poi: « una scelta più delicata d'espressioni poetiche, più arte nella pittura e più finezza nel colorito, ecco per quali cose il poeta italiano si distingue dai suo; modelli, ch'egli sorpassa, pure imitandoli ».
   Questo succede quando si pretende di giudicare d'una letteratura straniera senza conoscerla profondamente; quando si pretende di fare della scienza, non essendo che dilettanti.
   Questo sonetto è uno dei più brutti del Petrarca. Di esso acutamente osserva il De Sanctis (1) che prendere la metafora nel senso letterale, e farne un'applicazione grossolana, come se il paragone e la cosa paragonata fossero il medesimo, ti dà il concetto. Il dire che le trecce sono d'oro, che le guance sono di rose, e i denti di perle, è un parlare metaforico. Ma il Petrarca prende tutto questo alla lettera; e come se le trecce non fossero color d'oro, ma proprio composte d'oro, domanda di dove l'Amore tolse quell'oro, in quali spine còlse quelle rose, e via di scorrendo.
   Qui dunque non abbiamo imitazione; e quando ci fosse, essa resterebbe al d; sotto degli esemplari, invece di sorpassarli. Il sig. Gidel non poteva scegliere passo meno adattato di questo a fargli scrivere quello che ha scritto.
   Ancora, è ben singolare sentire ch'egli attribuisce a imitazione dei Provenza.! certe descrizioni della natura. Il Petrarca, padre del Rinascimento, innamorato degli antichi, che ama tanto Valchiusa, che parla della natura con tanto entusiasmo, doveva aver bisogno di copiare quelle descrizioncelle della primavera dei trovatori, che son tutt'altro che gaie e fiorite e odorose?
   Il vero aspetto della natura, dice Burckhardt (2), trovò nello spirito del Petrarca un eco immediato; e ce ne sono infatti prove ad esuberanza in tutte le sue opere. Mi ricordo, tra mille, di un luogo delle Famigliari (3), dove inAitando un amico ad un viaggio in Italia, gli descrive i laghi lombardi, le Alpi sopra essi pendenti, i fiumi che escono dalle fenditure delle montagne; mi ricordo della descrizione di Selvapiana, nella seconda epistola poetica a Barbato di Sulmona; mi ricordo dei versi dell'Africa su Portovenere ; e non so rinvenire dallo stupore che il signor Gidel mandi il Petrarca a scuola dai trovatori, quando egli scrive quella bella, me sta, olezzante quartina:
   (1) Saggio, pag. 31.
   (2) Die Cultur d. Renaiss., I, 22.
   (3) lib. \ III, Ep.