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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL PETRARCA E I TROVATORI.
   5-11
   volesse imitare V elocuzione oscura, e la cohla divinativa degli occitanici; e dove col verso
   Intendami chi può, ch'i'm'intend'io,
   accenna scopertamente all' intenzione sua di non essere inteso.
   10 non annoierò certo il lettore col citare qui questa canzone; ma ricorderò solo che, per quanto abbiano su di essa esercitato acutamente l'ingegno molti commentatori, essa rimane sempre, in gran parte, un enigma, tanto che essa ha dato luogo alle supposizioni più strane, come quella che il Petrarca la componesse non so se per vendicarsi o lamentarsi degli amori di papa Benedetto XII con sua sorella (1).
   11 Leopardi osserva giustamente eli' essa è scritta a bello studio in maniera che non s'intenda; e chiunque la legga deve persuadersi dì ciò; ma deve al tempo stesso rendersi ragione del perchè il Petrarca l'abbia scritta in quel modo; e questa ragione non può secondo me trovarsi che nella elocuzione oscura dei provenzali, che già era piaciuta ad altri scrittori italiani, tra i quali, a Francesco da Barberino nei suoi Documenti d'Amori.
   Però, conoscere la poesia dei trovatori, ed anche imitarne in alcuni componimenti le rime e gli artifizi, non è ancora che cosa affatto esteriore.
   Noi dobbiamo penetrare più addentro nella questione, cioè indagare se la lirica provenzale influì sul concepimento artistico-del Petrarca; se, in altri termini, nel cantare l'amore per la sua donna, egli obbedì sempre all'ispirazione interiore, o si lasciò invece condurre da certi convenzionalismi letterari.
   E noi che sappiamo essere impossibile uscir fuori affatto dall'ambiente letterario in cui si vive; noi non possiamo rimaner dubbiosi intorno a ciò. Nell'amore quale è concepito dal Petrarca resta ancora qualche cosa del convenzionalismo trovadorico.
   La passione reale, la passione cupa e spesso disperata, che bolle nel suo cuore, non sa sempre spogliarsi, nei versi, di quel colorito onde l'avevano dipinta con tanta monotonia, i poeti della Provenza.
   Anche il Petrarca chiede troppo spesso mercede; anche egli colloca l'idolo troppo in alto, e sè troppo basso; e cerca sottigliezze e concetti, e gira intorno allo stesso pensiero, e mostra lo sforzo che fa nel comporre certi sonetti e certe canzoni.
   Se per esempio egli si rivolge a Laura, dicendole;
   Mille fiate, o dolce mia guerriera, Per aver co'begli occhi vostri pace, V'aggio profferto il cor, ma a voi non piace Mirar sì basso con la mente altera,
   io mi ricordo qui dell'umile trovatore che parla alla castellana orgogliosa, più che non senta l'uomo che parla alla donna dell'anima sua. E così quando leggo che egli la chiama rubella di mercè (2); quando mi imbatto nelle frequenti personificazioni dell'Amore, in certi paragoni, in certe frasi, io non posso non avvertire come un eco lontano che mi ricorda la scuola provenzale, con tutti i suoi concetti
   (1) Horlis, Op. cit. p. 282.
   (2) Di quanto per amor giammai soffersi, Ed aggio a soffrir anco
   Fin che mi sani '1 cor colei che '1 morse, Rubella di mercè, che pur 1' envoglia, Vendetta fia; sol che contra umiltade Orgoglio ed ira il bel passo, ond'io vegno, Non chiuda e non inchiave. Nella Canz.: Verdi panni, ecc.