534
CAPITOLO VENTESIMO TERZO.
Con quella man che tanto desiai M'asciuga gli ocelli, e col suo dir m'apporta Dolcezza ch'uom mortai non senti mai (1);
ella ora
. . . . intentamente ascolta e nota La lunga istoria delle pene mie (2).
Questa non è più la rigida donna vana e spesso crudele che ci ha dipinta il Petrarca; la donna dall'ingrato sopracciglio, la spietata e crudele, l'alpestra e cruda, Vaspra e feroce; ella non è più nulla di tutto questo, ma anzi è una nuova e soave e santa creatura. Ma quale è la Laura vera1? Nè quella nè questa. Fra il Petrarca e Laura, finché ella fu viva, si frapponevano il misticismo di lui e la riservatezza di lei ; nella donna amata, egli vedeva anche un pericolo, una tentazione, un peccato continuo. Com'egli caccia dalla sua porta la sventurata che gli dette il suo onore e lo fece padre; cosi caccia dalla sua mente, quanto può, l'immagine di Laura, e fugge e viaggia e si nasconde e si seppellisce tra i monti di Valchiusa e tra i libri, per non pensare a lei, perchè nell'angelo egli vede sempre anche la donna.
Ma appena ella è morta, questo terribile dissidio sparisce. Non resta che l'angiolo solo. Tanto è vero, che egli non vorrebbe rivederla viva, perchè viva ritornerebbe un tormento:
Nè vorrei rivederla in quest' inferno (3).
Ogni dissidio sparisce, e tutto si muta in pace, in concordia, in armonia. Quelle che prima gli parevano crudeltà, ora diventano arti leggiadre. (4). Tutto il passato gli
(1) Son.: Del cibo onde '1 Signor mio sempre abbonda.
E ripete lo stesso nella Canzone VI in morte di M.a Laura:
Quando il soave mio fido conforto, Per dar riposo alla mia vita stanca, Ponsi del letto in su la sponda manca, Con quel suo dolce ragionare accorto . . . .
(2) Son.: Ripensando a quel, ch'oggi il cielo onora.
(3) Son.: Spinse amor e dolor ov'ir non debbe.
(4) Si leggano i due seguenti sonetti :
L'alma mia fiamma oltra le belle bella, Ch'ebbe qui '1 ciel sì amico e sì cortese, Anzi tempo per me nel suo paese È ritornata, ed alla par sua stella.
Or comincio a svegliarmi : e veggio ch'ella Per lo migliore al mio desir contese ; E quelle voglie giovenili accese Temprò con una vista dolce e fella.
Lei ne ringrazio e '1 suo alto consiglio, Che col bel viso e co' soavi sdegni Fecsmi ardendo pensar mia salute.
0 leggiadre arti e lor effetti degni : L'un con la lingua oprar, l'altra col ciglio, Io gloria in lei, ed ella in me virtute!
Come va '1 mondo! or mi diletta e piace Quel che più mi dispiacque; cr veggio e sento, Che per aver saluto ebbi tormento, E breve guerra per eterna pace.