514 capitolo venterimosecondo.
Da tutto quello che abbiamo studiato del Petrarca, noi sappiamo bene ormai come egli fosse facile a ricevere ogni impressione, facile a cancellarle; come da un alletto passasse ad un altro, proprio com'egli ha detto: « Come d'asse si trae chiodo con chiodo ». Noi sappiamo che tutta la sua vita fu un battagliare continuo tra mille desiderj e mille paure, tra mille speranze e mille disinganni, tra i sogni della notte e le brame del giorno, tra un eterno si e no in Ogni cosa. Ed anche nell'amore doveva bene esser cosi.
Prima di tutto, egli non si rendeva ben conto, non sapeva lui stesso di che natura fosse il suo amore per Laura. Lo abbiamo già veduto studiando il See,return, e qui lo ritroviamo: egli pende indeciso tra il cielo e la terra, tra l'angiolo e l'uomo; le sue aspirazioni platoniche sono vere, sono un portato necessario dell'animo suo ina veri, ma forti, ma irresistibili sono ancora gli istinti terreni, gli slanci del suo amore umano. Egli sta in estasi davanti a Laura adorandola come una cosa tutta celeste, e dicendo che da lei gli viene l'amoroso pensiero che lo guida a Dio, che gli mostra la via del cielo (1); e aggiungendo che non vuole da lei, che anzi disprezza quello che tutti gli amanti desiderano :
Poco prezzando quel ch'ogni uom desia (2).
Mi ricordo che il Tassoni a questo verso, troppo irriverentemente, annota: la volpe non volea ciliegie. Io non approvo queste parole del mordace scrittore della Secchia Rapila; io, di più, le credo false, perchè sono sicuro che il Petrarca era sincero quando scriveva cosi; ma al tempo stesso sono nell'obbligo di stabilire che un tale disprezzo per Laura, donna, cedeva bene spesso il posto alle fantasie Hiu accese, ai desiderj più spinti e più caldi. Se anche le confessioni del Secrelum non ce lo dicessero, ce lo direbbero molti passi del Canzoniere.
Dove, di grazia, se n'era andato il disprezzo per quel ch'ogni uom desia, quando il poeta desiderava di passare con lei
Sol una notte, e mai non fosse l'alba ?
Una eterna notte con Laura,
E non ci vedess'altri che le stelle (3);
con lei sola, sepolti nelle tenebre che il poeta vorrebbe eterne, per non separarsi mai più da lei ?
Quale poteva essere il desiato frutto, di cui parla altrove, e che lamenta di non aver potuto cogliere ?
Tra la spiga e la man qual muro è messo? (4).
E che cosa il cieco desir che monta e cresce ? (5)
Quale poteva essere il giorno aspettato per molti anni, e che, egli dice, per loro salute non arrivò mai?
. . . . • . . . '. l'ardor fallace
Durò molt'anni in aspettando un giorno
Che per nostra salute unqua non vene (Gì ;
(1) Son.: Quando fra l'altre donne ad ora ad ora. Canz. : Gentil mia Donna, i'veggio.
(2) Sonetto cit. sopra.
(3) Sest. : A qualunque animale alberga in terra.
Ripete lo stesso nella sestina: Non ha tanti animali il mar fra l'onde.
(4) Son.: Se col cieco desir, che'l cor distrugge.
(5) Ivi e Son. : Mie venture al venir son tarde e pigre.
(6) Canz.: V vo pensando e nel pensier m'assale.