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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO VENTESIMOPlllMO.
   Eppure, anche in quell'epistola stessa c'è la prova della facile mobilità di quel cuore. Laura non regna sola a Yalchiusa; ella divide il suo impero con altri; con alcuni nascosti compagni, comitesque lalentes, nec difficiles. E quel nec diffciles è una chiara allusione a Laura, è quasi un mettere lei a confronto con loro, e dire che essi non sono cosi difficili ad arrendersi alle sue preghiere, come è lei; non cosi fantastici e bizzarri e incontentabili, ma anzi buoni, docili, e che gli insegnano mille cose: e questi amici, questi compagni sono i suoi cari libri, i suoi diletti scrittori dell'Antichità.
   Abbiamo qui, al solito, due uomini : il Petrarca di Laura e il Petrarca del Rinascimento; come precisamente avevamo prima il Petrarca innamorato e il Petrarca mistico; come abbiamo ancora un Petrarca che vuole illudere sè stesso, che tenta di consolarsi dandosi ad intendere quello che sa non essere vero.
   Nell'Egloga III, Amor Pastorius, egli introduce sè stesso, sotto il nome di Stupéus; e Laura sotto quello di Daphne.
   Laura gli permette di parlare, ma lo ammonisce che tenga a se le cupide mani :
   Fare igitur; cupidasque manus frenare memento;
   curiose parole, che non possono essere state scritte a caso, e che accennano senza dubbio ai desiderj che di quando in quando si riaccendevano nella fantasia e nei sensi del poeta, e dei quali troveremo la prova anche nel Canzoniere.
   Ed il povero poeta comincia. Comincia dicendo che quando la prima volta la vide, dubitò se fosse donna o dea:
   Aurea sic rutilo fragrabat murice palla, Sic coelura late insolito complebat odore, Dulcia sydereas iactabant ora favillas, Ardentesqae comas humens disperserat aura
   Egli a quella vista, gelò:
   Dirigui.....;
   si appressò a lei, per parlare, ma la voce gli si troncò nelle fauci; ed ella con volto sdegnato parti. Ora finalmente, egli dice, alibi pietà di me,
   .......modumque
   Pone malis, si iusta peto, si cognita narro.
   Ma quale la maniera di por fine ai suoi mali? Il poeta non lo sa, e si fa domandare da Laura: quale è la tua ultima speranza in amore?
   . . . Spes summa tuos quae nutrit amores?
   E alla domanda egli non risponde; ma finge invece che Laura gli diventi pietosa per i suoi versi, e che ella stessa lo incoroni poeta, dicendogli: prendi questo premio che ti diamo le Muse ed io, abbandona tutte le altre cure, e sii nostro :
   Linque alias curas, et noster protinus esto.
   Ma di chi doveva egli essere? Della poesia o di Laura? Io non credo che lo sapesse lui stesso, perchè era diviso tra le due dee. Fatto sta che conclude: orami giovano le veglie sofferte, ora è dolce la memoria delle sofferte fatiche,
   Nunc vigilasse iuvat; dulce est meminisse laborum.