50 8 capitolo ventesimoplllmo.
spirem » (1). Gli studi, i viaggi, gli amici, l'Italia, Roma, ocoupano tutti una parte del suo cuore. Mentre effonde la sua passione nei sonetti del Canzoniere, trova il tempo anche di scrivere e di limare i versi dell'Africa, e di andare oratore di Clemente VI alla regina Giovanna, e di studiare il greco sotto Barlaam, e di scoprire le lettere di Cicerone, e (li fare il suo ingresso a Parma coi signori di Correggio, e di scrivere le sue interminabili epistole. Chi lo direbbe allora un innamorato ? Eppure egli lo è, ma lo è secondo la propria natura. Egli si lascia distrarre da altri affetti, si lascia cullare da altri sogni; ma però quell'affetto e quel sogno di Laura si ridestano subito, appena rivede Avignone, appena si ritrova nella sua solitudine di Valchiusa, appena, direi, si ritrova a faccia a faccia con sè medesimo.
« A Valchiusa, egli scrive, sperai lenire all'ombra dei boschi la fiamma onde arsi, e invece in quella solitudine desperatius urebar ».
Egli fugge Avignone per fuggire i tormenti dell'amore; ma poi una ignota forza, alla quale non può resistere, lo riconduce alla fatale città, dov'è il suo tesoro e la sua disperazione.
« Senza causa veruna, egli scrive (2), che mi richiami all'infausta città, di quando in quando io ci torno spontaneo, e porgo il collo al laccio ;... e appena ho rimesso il piede fra codeste mura, mi sono subito addosso le curo affannose che mi divorano il cuore, e stendono le mani sopra di me, quasi su servo contumace e fuggitivo », tanquam fugitivo et contumaci servo.
Ed è molto ben detto, molto bene rappresentato l'amante di Laura in quel seno contumace, che s ribella sempre, che sempre fugge al sentimento che lo domina, ma che sempre ancora rimane legato ad esso in servitù che non può sciogliersi.
Egli ripete lo stesso in una sua Epistola poetica che mi pare bellissima, e dove sono vivamente dipinte le vicende dell'amor suo (3).
Anche qui egli dice che tentò di fuggire, che tentò di sottrarre il collo al giogo femminile,di cui sentiva vergogna:
. . . indignans tantum in mea colla tot annis Foemineo licuisse jugo..........
e che riusci a scuoterlo :
. . . aggredior tamen, et Deus ipse labori Affuit, et collum veteri dissolvere nodo Praebuit, ac tanto victorem evadere bello.
Ma quanti combattimenti, quante dolorose battaglie nel suo cuore!
Iniicit illa manum profugo dum saucia servo, Incursatque dolens, oculos dum dulce micantes Instruit et facibus tectis et cuspide blanda, Heu quotiens coepto dubium procumbere calle Compulit!.....
Fuggì,
Diffugio, totoque vagus circumferor orbe;
e già,
Tarn minor occursu, minus imperiosa, relictae Sensibus in nostris observabatur imago.
(1) Ad Post eros.
(2) Varine, Epist. 13.
(3) Ses. Yf, 2.