506 capitolo VENTKS1M0PR1M0.
lo confessa: « per quale cagione tanto desiderasti la poetica laurea, se non perchè cosi era chiamata costei? » (1).
Doveva essere nel pensiero del poeta quasi come una consacrazione del suo amore; quasi come un immedesimarsi in ispirito alla donna amata, ricevendo il battesimo del suo nome, di quel nome chiamato, invocato, adorato tanto.
Ma tutto fu inutile. La donna non si piegava ; e bisognava dunque pensare a guarire.
Ma come guarire ? Fuggendo forse ? Ma non sono io fuggito, egli dice (ed era vero), non ho io tentato mille volte la fuga? Non ho forse girato l'Occidente e il Settentrione, non mi sono spinto sino ai confini estremi dell'Oceano? (2).
Ma come guarire ? Amando forse un' altra donna? Anche questo pensiero va agitandosi, va, quasi direi, gorgogliando cupo e confuso nel profondo dell'animo suo. Forse, egli dice, in questo passaggio ci sarà speranza di libertà o d'impero men duro: Spes forsan in transitu liber tatis fuerlt aut levioris imperii. Ma poi gli esce come un grido di desolazione dal petto, e: no, no, egli esclama, altro io non posso amare che lei, me aliud amare non posse; l'anima mia si è abituata ad amarla, i miei occhi a guardarla fissamente, quasi a ricever vita da lei:: assueverunt oculi Ulani intueri. Ella, dirà nel Canzoniere, è colei che sola a me par donna. Non amarla e morire, sarebbe lo stesso.
Eppure, povero spirito combattuto, egli non si dà ancora per vinto. E ritorna più fiero che mai all'assalto contro sè stesso, e pare che prenda in mano il proprio cuore per stritolarselo, e pare che frughi con mano spietata nel proprio cervello, per cercare tutto quello che può esserci di più doloroso, come rimedio al suo grande dolore.
Ma pensa dunque quanto sia vergognoso essere mostrato a dito, essere diventato la favola del volgo, in vuhji fabulam esse eonversum/ (3); e per questo egli cerca la solitudine, per questo cerca i campi deserti, per scampare
Dal manifesto accorger delle genti (4).
Ma ricordati quanto quella donna latale abbia nuociuto al tuo animo, al tuo corpo, alla tua fortuna ! E in questo pensiero amaro, in questo strazio delle sue viscere, in questo ripensare aile speranze cadute ad una ad una, egli si ferma, crudele contro sè stesso, per ricordarsi, quante volte fu deluso, quante disprezzato, quante negletto: quoties illusus, quotìes eontemptus, quoties neglectus; e la donna adorata, e la donna di cui poco prima diceva, quando ella viene, il sole rispiende: quando parte, ritorna la notte; la donna dalla voce e dagli occhi divini, che gli aveva insegnato a guardare in alto, e che gli rendeva dolce la vita, e per la quale aveva desiderata la gloria; ecco ad un tratto diventa la donna dall'ingrato sopracciglio, che se qualche cosa ebbe di umano, si quid humanius (o\, ciò fu più breve e più mobile che un'aura (li vento in estate. Io, egli grida nella desolazione del suo cuore, io le ho dato la fama, ed ella mi toglie la vita; io fui sollecito del suo nome, ella del mio stato niente non si curò: cogita quantum tu famae itlius addidcris, quantum vitae tuae illa sublraxerit\ quantum tu de illius nomine sollicitus, qvan tum illa de stata tuo semper negligens fuerit.
(1) « Quam ob eausam tantopere sive Caesaream sive Poeticam lauream quod illa hoc nomine vocaretur, adamasti. » Pag. 357.
(2) Pag. 359.
(3) Pag. 363.
(4) Son.: Solo e pensoso i più deserti campi.
(5) Secretum, pag. 364.