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CAPITOLO VENTESIMOPlllMO.
Qui egli dice di sentire vergogna e tristezza del suo amore, qui egli grida di amare suo malgrado: amo, sed invilus, sed coaelus, scd moestus et Iwjens; e chiama l'amor suo tristo e perverso, voluntas illa perversa et nequam. Cosi egli calunnia il suo povero amore, la sua Laura; cosi dopo avere
benedetto il primo dolce affanno Ch' i' ebbi ad esser con amor congiunto (1),
egli rinnega tutto; e dice (notiamo bene) che sono già tre anni che in lui combatte un altro affetto, cioè il suo misticismo.
Cosi era difatti allora, e cosi fu spesso in seguito; sia nell'anno stesso della morte di Laura, quando ringrazia Dio d'aver fatto sparire dalla terra l'oggetto del suo mortifero amore ; e quando dice che la morte giunse in buon punto per sciogliere la sua anima incatenata (2); sia dieci anni dopo, quando attribuisce alle rugiade celesti e all'ajuto di Cristo di aver sopito l'incendio che lo ardeva (3); sia quando da vecchio ripensava con orrore a quella tempesta della sua giovinezza (4).
Per giudicare l'amore del Petrarca, per coglierne al vivo le lotte e le contraddizioni, abbiamo un documento importantissimo.
Nel suo Seeretum, del quale ho già parlato, molte pagine del Dialogo IH si riferiscono all'amore.
Anche qui bisogna che ripeta un' osservazione che ho già fatta : che il Petrarca cioè scriveva quel libro a 38 anni, cioè nel pieno vigore dell'età.
Sentiamo dunque l'innamorato alle prese col mistico. E notiamo subito che, mentre nelle altre parti del libro, il Petrarca ai rimproveri della propria coscienza, che, come già sappiamo, è raffigurata in s. Agostino, cede subito, confessando quelle che sono o che gli sembrano colpe, qui invece, quando si tratta del suo amore, s; difende, resìste, oppone coraggiosa fermezza. Tu perdi l'opera, egli dice al Santo, in questo io non credo ad alcuno: perdts operam, nulli erediturus sum; se anche fosse una colpa, ripeterò le parole di Cicerone, io erro in ciò volentieri, nè voglio che il mio errore, finché io viva, mi sia tolto: Libenler erro, neque hunc errore;n auferri mihi volo dum vivo (5).
Non sai tu, egli seguita, quale sia la donna che amo? La sua mente è lontana da ogni cura terrena, i suoi costumi sono specchio di perfettissima onestà: nulla ella ha di mortale, nè l'incesso, nè la voce, nè la forza dello sguardo.
Sta bene, risponde la coscienza, ma ella ti allontana dall'amore di Dio: ab amore coeleslium elongavit animum (6).
E qui sentite in quali tormentose contraddizioni si dibatta l'uomo, diviso tra Laura e Dio. Io non ho amato di lei, egli dice, che l'anima sola; essa m'insegnò a guardare in alto, alta compulil spedare (7).
(1) Son.: Benedetto sia il giorno e'1 mese e l'anno.
(2) Nella lettera al fratello Gerardo (De Reb. Fam. X, 3), scritta il 25 settembre 1343 (Ved. Nota Fracassetti, voi. II, pag. 496), appena sei mesi dopo la morte di Laura, scriveva: « 0 misericors Deus, quam tacite consulis, quam occulte subvenis, quam insensibi-liter mederis 1 Quid enim tantis laboribus, bone Jesu, quid aliud nisi amorem mortalem immo vero mortiferum petebamus ? cuius nos fallaecm et multis sentibus obsitam suavi-tatem attingere summotenus permisisti, ne grande aliquid inexpertis videretur: et ne tanta esset ut opprimeret, misericorditer providisti, deliciis nostris e medio sublatis, curo quibus dextera tua spes nostras e terra pene radicitus extirpavit. Iuvenili aetate revocasti eas, morte quidem ut spero illis utile, nobis necessaria ».
(3) De Reb. Fam. XIX, 16.
^4) De Reb. Sen. Vili, 2.
(5) Pag. 353.
(6) Pag. 355.
(7) Ivi.