L'AMOUE DEIi PETRARCA.
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Gotlie e il Petrarca mi pare che ci siano di mezzo parecchi secoli ; mi pare che ci sia di mezzo un completo rivolgimento del mondo della coscienza e del mondo dell'arte.
« Nelle sue angoscio non si ode mai il poeta maledire o invidiare le nozze di Laura, ed è ancor questo uno dei tratti più caratteristici della società feudale. » Cosi.dice quel brillante ingegno'di Edgard Quinet, e dice bene, e coglie nel giusto. Nei costumi cavallereschi il marito non dà mai noja all'amante ; il marito non esiste : essere gelosi del marito sarebbe stato diventare ridicolo. Nel matrimonio non ci può essere amore (è un' altra delle teorie cavalleresche), quindi che cosa avrebbe potuto invidiare al marito il poeta?
Così pure quando il prof. Zendrini dice che se Laura fosse stata madre di undici figliuoli, una volta almeno delle mille ch'ella si mostra al Petrarca, avrebbe avuto attorno qualcheduno di quegli undici angioletti, e il poeta ne avrebbe parlato; il prof. Zendrini non si ricorda della natura dell'amore del Petrarca.
Ha egli trovato, fra tanti e tanti trovatori, uno, uno solo, che parli dei figliuoli della donna amata? Eppure, quelle i figliuoli li avevano davvero, e le testine bionde chi sa quante mai volte si erano fatte vedere al poeta.
Anche qui lo Zendrini riparla di Werther, e cita Aspasia di Leopardi che bacia i suoi bambini. Ma che cosa ha da fare la poesia del Petrarca con quella di Gòthe e di Leopardi?
Ci basti per ora di avere esaminata la questione della identità di Laura De Sade colla Laura del nostro poeta: nojosa e inconcludente questione, della quale era necessario che ci liberassimo.
Perchè, in ultima analisi, che cosa importa a noi che Laura fosse o no una De Sade? Aggiunge questo o toglie qualche cosa alla bellezza della lirica petrarchesca? No sicuramente. Per noi basta esser sicuri che Laura è personaggio reale. Ostinandosi a vedere in lei ad ogni costo la moglie di Ugo De Sade, si corre rischio di far servire a questo preconcetto tutta la critica del Canzoniere.
Lasciamo dunque la gentile Avignonese nella penombra misteriosa in cui la volle collocare il poeta; in quella stessa penombra in cui egli la vagheggiava, e che è per sè stessa già una poesia.
Facendo altrimenti, non solo si commette un' indiscretezza (che sarebbe facilmente perdonabile); ma si dà corpo alle ombre; si dà ad una congettura il valore storico ch'essa non ha; e questo è un errore che non potrebbe essere perdonato.