L'AMOUE DEIi PETRARCA. 499
Ma prescindiamo anche da ciò. Io mi limito a domandare chi poteva essere questo amico così imprudente, anzi cosi indiscreto e malcreato, da andare a mettere nella tomba della moglie di un marito geloso proprio i versi d'amore del suo innamorato? Era ben tacile elle Io risapesse il signore De Sade, che lo risapessero gli undici lìgliuoli di Laura; e la moglie e la madre poteva trovarsi disonorata nel suo sepolcro, per lo strano capriccio di un amico del Petrarca; ella che fu sempre cosi rigidamente severa nella sua vita.
Con che scopo poi codesto zelante amico avrebbe fatto questo? Con quale autorità avrebbe egli fatto parlar il Petrarca, e fattolo parlar così male? Con che diritto, con che intendimento avrebbe inessi insieme quei 14 versi così mostruosi, e cacciatili clandestinamente accanto al bel corpo della Dea ? Che fanatismo era codesto di profanare il sepolcro della donna, e il sentimento del poeta?
Ancora un'altra osservazione. Laura morì il sei di aprile, e lo stesso giorno, a vespro, fu sepolta. Così dice la nota del Virgilio: ipso die mortis ad vesperam. E in poche ore ci fu dunque il tempo, non dirò di scrivere quel brutto sonetto, ma di fare la medaglia col ritratto di donna che s'apre la veste sul petto, e colle quattro lettere intorno?
Oppure s'ha da credere che il solito amico qualche giorno o qualche mese dopo andasse furtivamente a riaprire il sepolcro per metterci dentro il prezioso ricordo? Ma eravamo in tempo di peste, di fierissima peste, e l'andar così a frugare per i sepolcri non mi pare che dovesse essere a nessuno molto gradito.
Insomma, da qualunque parte si guardi, tutta codesta storia della tomba apparisce una vera ciurmeria.
E quando si pensi alla parte che in quel fatto prese Maurizio De Seve, il De Seve, si noti che era un dotto antiquario di Avignone, egli che cerca, che fruga, che interpreta, che legge; non mi pare che si possa essere dubbiosi a chi attribuire l'inganno.
Nè vale il dire, come fa il De Sade, che uomini di onore non avrebbero così ingannato un re di Francia e la sua Corte, e gli uomini di lettere di tutto il mondo; e che non poteva esserci nessun interesse a ordire questa trama. Il dir questo fa onore al carattere morale del De Sade; ma è insieme una grande ingenuità.
Appunto perchè noi sappiamo che Francesco I, re di Francia, poco dopo la scoperta, volle vedere quel sepolcro, quella scatola, quel sonetto; appunto perchè sappiamo che tutto il mondo ne parlò, e che il nome di Maurizio De Seve corse sulla bocca di tutta l'Europa, appunto per questo ci è facilissimo intendere quale interesse, quale ambizione poteva spingere l'antiquario a tessere quell'inganno. C sono cose ben più gravi e più strane di questa, nella storia delle falsificazioni.
Anzi, si potrebbero supporre anche altre intenzioni nel De Seve; si potrebbe credere ch'egli non volesse far altro che autenticare con un fatto l'interpretazione di un passo dell'Egloga II del Petrarca:
Carpe iter hac, qua nodosis innexa capistris Colla bourn, etc.,
dei quali Benvenuto da Imola annotava che significavano il locum fratrum minorum; e questo per esaltare il borgo di Avignone, e per annientare coloro che sostenevano Laura nata in altro luogo.
Quando si pensi che Alessandro Vellutello fece verso il 1520 (proprio pochi anni avanti la scoperta del De Seve) due viaggi ad Avignone, appositamente per rintracciare notizie di Laura, sostenendo poi ch'ella era nata a Cabrières; non si venga a dirci che mancava l'interesse della falsificazione. C'era di mezzo la gloria di Avignone; c'erano i puntigli letterarj ; e questo è più che sufficiente a spiegarci tutto.
Infatti, il buon Giovanni de Tournes, che sembra voglia fare un po' di réclame a sè stesso, all'amico De Seve ed alla sua città, dice nella sua lettera, quasi a modo di conclusione: « E nel borgo dove sono i Cordelieri, il qual era in quel tempo il