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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO vENTES1moprIMO.
   11011 ci fa sapere quali fossero le supposizioni degli altri sulle quattro lettere della medaglia; ma la supposizione del De Seve è senza dubbio molto ragionevole.
   Restava la membrana piegata.
   Sentiamo il De Tournes che seguita il suo divertente racconto: « aperta la carta, si trovò dentro un sonetto difficile a leggere, perchè le lettere che si ritrovavano sui pieghi erano dall' antiquità cancellate. Pur coni' ella vi fu data nelle mani, per provar se la potresti leggere compitamente, V. S. ia lesse opponendola al lume del sole, e ne cavò il doppio. »
   Benissimo. Il De Seve è sempre lui, lui solo, che scopre, che apre, che interpreta; lui che legge anche il sonetto, dove gli ali ri non hanno capito nulla.
   E leggiamo dunque anche noi questo sonetto: leggiamolo secondo la lezione che ne dà il De Sade (1), il quale assicura di aver tratta la sua copia con ogni attenzione possibile dall'originale.
   Qui riposan quei caste e felici ossa Di quell'alma gentile e sola in terra; Aspro e dur sasso or ben teco hai sotterra E1 vero onor, la fama e beltà scossa.
   Morte ha del verde lauro svelta e mossa Fresca radice e il premio de mia guerra Pi quattro lustri e più, se ancor non erra Mio pensier tristo, e il chiude in poca fossa.
   Felice pianta, in borgo d'Avignone Nacque e mori, e qui con ella jace La penna, el stil, l'inchiostro e la ragione.
   0 delicate membra, o viva face Che ancor me cuoci e struggi, in ginocchione Ciascun preghi il Signor te accepti in pace.
   In questo sonetto, come sentesì, sarebbe il Petrarca che parla. Ma può questo aborto essere suo? 11 Petrarca avere scritto quei felici ossa, la beltà scossa, la penna che giace coir inchiostro e colla ragione? È impossibile. Suo non lo crederono infatti nè il Beccadelli, nè il Bembo, nè il Tommasini; il dotto e prudente Murator lo chiama una finzione poco verisimile (2); lo stesso abate De Sade è costretto a cedere, su questo punto, all'opinione di coloro che conoscono bene lo stiie e la maniera del Petrarca (3).
   Ma, del resto, qui non è neppure questione di stile e di maniera. Come, il Petrarca che nel 1348, quando morì Laura, era a Verona, e che non tornò in Francia che tre anni dopo, nel giugno del 51, come dopo tre anni avrebbe fatto aprire il sepolcro di Laura per metterci dentro il suo sonetto ? Egli che teneva così gelosamente custodito il nome della donna amata, egli avrebbe poi fatta cosa che a tutta Avignone avrebbe fatto conoscere il suo segreto?
   Ebbene, risponde il De Sade, no, ammettiamo pure che il sonetto non sia suo; esso sarà di uno dei suoi amici, e ad ogni modo da quel sonetto siamo fatti sicuri che quello è il sepolcro di Laura, e che per conseguenza la Laura del Petrarca è Laura De Sade.
   Possiamo noi appagarci di siffatto ragionamento? A me, invero, parrebDe di no.
   Nel 36 uno dei più intimi amici del Petrarca ignorava, non solamente chi fosse Laura, ma anche che una vera Laura esistesse. Qualche anno più tardi .ci doveva essere un amico che non solamente sapesse il nome di lei, ma ancora che precisamente il poeta per lei aveva spasimato 21 anno, quattro lustri e più?
   (1) Pi'èces justi ficai. n.° 11. i2) Vita del Petrarca. {3) Mim., Not,. IV.