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CAPITOLO VENTES1moprIMO.
La risposta è abbastanza chiara, e noi non possiamo, non abbiamo il diritto di mettere in dubbio le parole del Petrarca. Egli ama veramente, egli veramente soffre per una donna.
Però, anche il Colonna è un uomo che merita tutto il nostro rispetto, e noi dobbiamo tener molto conto anche delle sue parole. Nel 1336, nove anni dopo che il Petrarca si era innamorato, nove anni dopo Avignone non conosceva chi fosse l'oggetto di quell'amore. Sia pure, come è stato osservato (1), che dal 27 al 36 quando il vescovo di Lombez scriveva al Petrarca la lettera di cui parliamo, egli non avesse passato in Avignone che un anno o poco meno. Ma in un anno ci era il tempo, mi pare, per conoscere quel nome, per sapere che ci era una vera Laura. Se egli non
10 seppe, vuol dire che la città lo ignorava.
Ed infatti, questo mi pare confermato anche dalla risposta del Petrarca. Egli non dice già : ma come ? tu mi muovi un tal dubbio ? ma non sai, ma non conosci chi sia l'oggetto del mio amore ? Tutti lo sanno e tu solo lo ignori % No. Il Petrarca si contenta in sostanza di ripetere nella sua lettera le parole dell'amico, per poi soggiungere: volesse il cielo che fosse cosi; ma non vedi come l'amore mi consuma? Risposta, se si vuole, un po' vaga, e che qualcheduno potrebbe anche credere fatta per eludere la questione.
Riteniamo adunque questi due fatti, che l'amore del Petrarca era per una donna reale; ma che nessuno sapeva chi fosse codesta donna.
Se non io seppero però i contemporanei, i posteri si sono furiosamente affaticati a scoprirlo.
E prima di tutto essi si sono domandati se Laura fosse fanciulla o maritata. E fanciulla la vollero molti, parendo ad essi che ne uscisse cosi più alto, più puro, più nobile l'amore del Petrarca.
Contro costoro è sorto l'abate De Sade, il quale sostiene invece (oltre molte altre cose che vedremo) che Laura aveva marito. Le ragioni che egli ne porta, sono molte, e alcune di incontestabile valore (2) : per es. che il Petrarca la chiama sempre
0 mulìer o foemina in latino, o donna e madonna in italiano; e che volendo celebrare la vittoria di Laura sull'amore, egli intitolò il suo poemetto Trionfo della Castità, e non punto Trionfo della Verginità.
Tra codeste ragioni però ce n' è una, sulla quale occorre che mi fermi un poco di più. Alludendo il Petrarca a Laura in una sua opera latina, che dovremo in seguito esaminare, egli dice che il suo corpo fu esausto « morbis ac crebris... non posso aggiungere la parola che segue perchè su di essa appunto cade la questione.
1 codici latini hanno tutti l'abbreviazione ptubs, e le antiche stampe leggevano per-turbationibus. L'abate De Sade vuole invece che si legga partubus, e si intenda che
11 corpo di Laura fu esausto dalle malattie e dai parti frequenti ; ed infatti egli attribuisce a Laura undici figliuoli.
A me confesso che codesta interpretazione riesce piuttosto ostica.
Quel poeta che (come cantava il Foscolo) copri l'amore di un velo candidissimo, non so persuadermi che potesse alludere cosi scopertamente ai parti, agli undici parti, della sua donna. È cosa che mi pare che repugni all'animo del Petrarca, al suo genio poetico, alla delicata natura della sua poesia e del suo cuore. Se anche fosse vero (ed io non ne sono punto sicuro) che la sua Laura avesse partorito undici volte, il Petrarca a ciò non doveva pensare mai. La Laura puerpera non poteva essere la sua dea ; e l'attribuire a questa causa il deperire del bel corpo, delle belle membra dì colei che sola a lui par donna, è troppo contrario a tutto ciò che noi sappiamo del Petrarca, è in aperta contradizione con tutto il suo Canzoniere.
Nè vale il dire, come fa il De Sade, che l'epiteto crebris sta meglio a partubus che a perturbaiionibus, meglio ad una ripetizione di atti materiali, che ad una ri-
fi) Nota del signor Fracassetti alla lett. 9 del II libro delle Familiari.
(2) Mémoires, Nota III.