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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   IL petrarca, roma e L'italia. 489
   ali accusato, come di signore ad un servo: « Ah! cosi dunque, o Cesare, ritorni ai tuoi barbari regni1? Ah! tu dunque, imperatore romano, non sospiri che alla Boemia! (I). Cosi non avrebbero fatto il tuo avo o tuo padre; ma la virtù non si trasmette per eredità. Oh bella la corona di ferro, bello l'aureo diadema che riporti teco! La tua non è stata una partenza, ma una fuga. Pensa a quello che lasci e dove vai » (2).
   Cosi parlava il Petrarca all'imperatore, e non sarà alcuno che non ammiri questo coraggio; tanto più se riflettasi come alla impresa di Carlo fosse nemico anche il papato.
   A questo proposito anzi è da notare che il papa aveva fatto prestare all'imperatore giuramento solenne « di non occupare fuori o dentro l'Italia terra alcuna appartenente alla Chiesa; e appena coronato in Roma di uscire colle sue genti dalla città il giorno stesso, e di non tornarci senza il permesso della Santa Sede » (3).
   Ma il Petrarca non tiene per valido codesto giuramento. «Esso, dice (4), può sciogliersi; forse, scrive a Carlo, ti scioglierà quegli stesso che ti legò; ma se egli non lo volesse, verrà chi lo voglia, e del come lo voglia non ti deve premere punto, » cioè, come mi pare da intendere, tu devi, fosse pure colle minacce e colla forza, costringerlo a liberarti dal giuramento che ti strappò.
   E poco sotto esclama: « Or quale superbia sarebbe codesta di togliere la libertà al Signore di Roma, che è autore della libertà universale, publicce libertatis auctorem, in guisa che non sia padrone di sè stesso chi è padrone di tutti, ut cujus esse debent omnia, ipse non sit suus? »
   Noi vediamo da ciò, come osserva bene un moderno scrittore (5), che agli occhi del Petrarca come a quelli di Dante, questi due grandi poteri, l'Impero ed il Papato, erano assolutamente indipendenti 1' uno dall' altro ; e in forza di una speciale delegazione divina essi dovevano ambedue risiedere in Roma.
   Nuova esortazione rivolse il Petrarca all' imperatore, fino ad averne « fioca la voce » (6). E l'imperatore non tornò. Invano gli gridava il Petrarca: «afferra l'occasione , se ti sfugge più non ritorna » (7). Invano lo confortava : « se lieve nube macchiò la gloria del tuo nome, se qualche vergogna ti venne dall' inonorato principio, quella nube si dissiperà, quella vergogna si muterà in gloria immortale » (8). L imperatore non si mosse, e fece bene; bene per noi che imparammo a non confidar più in un vano nome, in una vana memoria, in uno straniero; ma che imparammo invece a confidare in noi stessi, nelle nostre forze', nelle nostre armi.
   Il Petrarca è l'ultimo politico del medio evo ; ma già anche come politico, egli annunzia i tempi moderni, e nel suo fervido amore all'Italia, e nel desiderio di restituire all' Italia la sua Roma, e nel predicare la pace tra i signori italiani.
   Come il Petrarca si riconnette da un lato coli' Alighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo trattato del Principe.
   (1) «... et haec linquis, et (o naturam mutare magnus labori) ad barbarica rursum regna revolveris ? .... Tu imperii dominus romani, nil nisi Bohemiam suspiras! » De Reb. Fam. XXI, 12.
   (2) Ivi.
   (3) De Reb. Fam. XXII, 2.
   (4) De Reb. Fam. XXIII, 2.
   (5) Mezières, Op. cit., pag. 231.
   (6) De Reb. Fam. XXIII, 15.
   (7) De Reb. Fam. XXIII.
   (8) Ivi.
   Bartoli. Letteratura italiana. gì