488 CAPITOLO DEC1MONOHO.
razione dell'Impero per opera di Carlo IV, figlio di Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, prode e savio, come lo chiama il Villani.
E gli scrisse, com'egli stesso dice: « incoraggiandolo, stimolandolo, sospingendolo, rimproverandolo » (1); e « mentre tutti muti si stavano, egli solo sostenne le parti della derelitta Italia » (2).
La prima lettera del Petrarca a Carlo IV è del 24 febbraio 1350(3); ed ivi già si fa palese tutto il concetto politico di lui.
« Guardando alla Germania (gli scrive) pensa all'Italia. Là è il regno, qui è il regno e l'impero. Sparse per ogni dove le membra, qui soltanto è il capo della monarchia. » Ed anche a lui finge al solito che parli Roma, e gli ricordi eh' ella dettò leggi al mondo, che fu maestra della guerra, che spinse le sue armi vittoriose in Asia, in Africa, in Europa, e che concluda: « Vieni, ti affretta, passa le chiuse delle Alpi: Roma aspetta il suo sposo, l'Italia il suo liberatore.»
Tornò a scrivergli nel 52, rinnovando più accesa che mai la preghiera, inginocchiandosi ai suoi piedi per supplicarlo che l'onore dell' impero, la salute dell'Italia, il conforto di Roma, l'amore dei suoi fedeli, la pace Mei popolo di Cristo, lo muovessero all'alta impresa.
Tornò a scrivergli nel 54 (4), dopo che Carlo aveva risposto alla sua lettera (5), con linguaggio anche più franco, più ardito, più caldo.
Guarda, egli dice, guarda, « è poco tempo che un umile plebeo, non re di Roma, non console, non patrizio, ma semplice e quasi sconosciuto cittadino romano, si proclamò liberatore di Roma----e già la Toscana ne riconosceva l'impero, già ne seguiva l'esempio l'Italia, già 1' Europa e il mondo si levavano alla sua voce. Ora se tanto potè un tribuno, che cosa non potrebbe Cesare %... Ma affrettati, perchè già l'Impero è a terra, la libertà è morta. Pensa che l'impero fu posto da Dio, da Dio solo, nelle tue mani ... Libera i Latini dal giogo della servitù. »
Carlo IV finalmente si mosse, e giunse a Udine il 14 di ottobre di quello stesso anno 1354, d'onde passò a Padova e a Mantova.
Nel suo primo entusiasmo il Petrarca vergò pochi versi che attestano tutta l'esultanza dell'anima sua, tanto più ch'egli dovè credere di aver contribuito colle sue lettere alla deliberazione dell'imperatore. Ecco, gli grida (6), « che agli occhi miei tu non sei re di Boemia, ma re del mondo, ma imperatore di Roma, ma Cesare veramente. Ecco per te aperta la strada alla corona, all'impero, alla gloria . . E tanto più ora io mi vanto di averti a ciò eccitato colle mie parole ; ed a te non
10 soltanto, ma un popolo intero, ma Roma capo del mondo, ma l'Italia madre comune mandano il loro saluto. »
È noto come Carlo IV chiamasse a sè a Mantova il Petrarca, che si trovava a Milano; e come questi vi si recasse, soffrendo gravemente nel viaggio.
Codesta chiamata solenne, fatta per mezzo di uno scudiere, Sacramore di Po-mières, appositamente spedito a Milano, dovè, senza dubbio, invanire il nostro poeta. « Cesare, egli scrive al suo Lelio (7), s'invogliò di vedermi; e come già conosceva
11 mio animo, i miei costumi, i miei studi, così volle conoscermi di persona. Egli avvezzo a comandare ai re, a me inviava preghiera di andare a lui. »
Vanità perdonabili, tanto più perdonabili quando sentiremo il Petrarca, all'annunzio che Carlo dopo l'incoronazione di Roma e dopo aver riscossi i 100 mila fiorini d'oro dai Fiorentini, se n'era ritornato in Germania, « colla corona (come scrive Matteo Villani) ricevuta senza colpo di spada e colla borsa piena di danari avendola recata vuota » (8); quando sentiremo il Petrarca scrivergli parole così fiere, così audaci, non come di un privato ad un re, ma piuttosto come di giudice
(1 De Reb. Sen. VII.
(2) Ivi.
(3) De Reb. Fam. X, I.
(4) De Reb. Fam. XII. 1.
(5) De Reb. Fam. XVIII, 1.
(6) Ivi, Nota.
(7; De Reb. Fam. XXI, 1. (8) M. Villani, Cron. V, 54.