IL PETRARCA, ROMA E L'ITALI A. 487
Quando nel 1333 le milizie di Filippo di Yalois prestate a Giovanni re di Boemia minacciavano l'Italia, il Petrarca scrisse 1' epistola ad Aencam Sencnsem (1), dove piange l'iufando eccidio della patria, e le divisioni degli Italiani :
........ Discordia nostra
Iloslibus hoc animi tribuit ....
Quando la Gran Compagnia, condotta dal suo capitano nemico di Dio, di pietà e di miserieordia, devastava le nostre terre, il Petrarca gemendo urlava contro « quel vii pugno di ladri sbucato da sozzo covo, che insolentemente passeggia l'Italia già regina del mondo » (2).
Quando nel 1345 fu assassinato Andrea di Ungheria marito della regina Giovanna, egli piangeva sulle sorti di quel regno sconvolto (3).
Insomma, ogni sventura italiana, ogni dolore della patria trovava eco in quel nobile petto, in quell'anima ardente, cui riscaldavano i piii santi amori, le più generose passioni. Il suo entusiasmo di poeta e il suo eloquente linguaggio di oratore invocavano un'Italia grande, libera, potente; un'Italia degl'Italiani unita e concorde, maestra un'altra volta al mondo di virtù e di sapienza.
Questi erano i voti del Petrarca. E per raggiungerli quali mezzi vagheggiava1? L' uomo del medio evo non aveva ancora saputo spogliarsi delle idee del suo tempo.
Come Dante aveva sperato in Arrigo VII, cosi il Petrarca sperava in Carlo IV imperatore. Per lui esisteva sempre il vecchio impero romano, e dall'impero solamente poteva venire all'Italia pace, forza e prosperità.
Noi che viviamo fuori di codesta idea, noi che possiamo giudicare di essa, come di un fatto storico, senza parzialità e senza passione, noi avremmo gran torto a meravigliarci di ciò o a farne rimprovero al Petrarca. Era il fascino che esercitava ancora sulle menti e sugli animi la Roma antica. Ed anzi, in quel primo uscire dal buio del medio evo, in quel primo ridestarsi dell'Antichità, anche questo era come un ricongiungersi ad essa; come un riprendere un brano del passato, come un riafferrare qualche cosa di quella Roma che allora più che mai appariva cara e santa alle menti. Tutto era perito del gran mondo antico. Non restava che un nome, e quel nome era l'impero romano, e ad esso si stringevano i cuori, perchè credevano di abbracciare come l'ultimo lembo del manto materno, messo a brani dai secoli della barbarie. Era una illusione, era un errore. Lo so. Ma tale non pareva allora, e non poteva parere. Chi potrebbe dire che Dante e il Petrarca invocando Arrigo VII e Carlo IV amassero meno la libertà, di quello che non 1' avesse amala Milano che aveva combattuto il Barbarossa1? Egli è che gli affetti e le idee erano diversi. Nei campi della Lega Lombarda si pensava al Comune più che all'Italia, si combatteva per la città più che per la nazione; ed a quei fieri e liberi cittadini poco importava che Federigo fosse o no l'erede dell'impero di Roma. Dante e il Petrarca invece pensavano a tutta l'Italia; e Roma esercitava un grande, un potente, un invincibile prestigio sulle loro menti, già in gran parte uscite fuori dall'età di mezzo. Anche quel sogno di restaurazione dell' Impero era dunque un sintomo di rinascimento. Ad ogni diradarsi che facevano le nubi del medio evo, il sole di Roma mandava fuori il suo raggio. Carlomagno stesso obbedì in parte a questa grande influenza di Roma, facendosi porre sul capo la corona dell'Impero.
Non è dunque da maravigliarsi che il Petrarca, fallitagli ogni speranza nell'impresa di Cola di Rienzi, si volgesse a vagheggiare col desiderio e a caldeggiare coll'opera un' altra impresa, più grande di quella, cioè una compiuta restau-
(1) Ep. Poet. Sez. II.
(2) De Reb. Fam. XXIII, 4. 3) De Reb. Fam. VI, 5.