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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL PETRARCA, ROMA E L'ITALIA. 485
   che un giorno da tutto il popolo a Roma era accompagnato e dai maggiorenti delle città italiane, ora tra due birri camminava per queste vie, fatto spettacolo alla plebe. Ed era il re dei Romani che lo mandava al romano pontefice. Oh meraviglioso mercato! Erai a Romano rege ad Romanum ponti,ficem missus. 0 mirum com-mercium !
   E la sua colpa qual è? A lui non si rimprovera già quello che tutti i buoni trovarono degno di biasimo; non la fine, ina il principio gli è apposto a delitto, avere osato pensare di render Roma libera e grande: quod cogitare ausus sit ut salvam ac. liberam vellet esse rempublicam. Oh delitto veramente degno d'esser messo in croce e dato in pasto agli avoltoi, che ad un cittadino romano dolesse di vedere la patria, signora del mondo, essere divenuta serva di vilissimi uomini.
   E fu allora che scrisse quella stupenda epistola al popolo romano (1), dove afferma prima il diritto eterno di Roma ad essere capo del mondo e sede del romano impero: si imperium Romanum Romae non est, ubi, quaeso, est? e dove appresso prega il popolo a soccorrere il suo glorioso concittadino, a reclamarlo, perchè non sia condannato tra le tenebre, in tenebris condemnetur, chiara allusione alle bieche intenzioni papali. « Osate, egli esclama, osate pur qualche cosa, ve ne prego, ve ne scongiuro per la vostra fama, per le ceneri e per la gloria dei vostri padri, per il nome dell'impero, per la misericordia di Cristo. Osate, se non a salvezza di lui, almeno ad onor vostro, chè niente è tanto indegno d'un Romano quanto il timore: nil rainus Romanum est quam timor. »
   Questo grande concetto di Roma e dell'Italia era profondamente radicato nell'animo del Petrarca, e derivava dall' affetto smisurato che egli sentiva per la sua patria.
   L'italianità del Petrarca è uno dei caratteri più belli e più spiccati a lui; quella italianità ancora un po' medievale, vagheggiat.rice ancora un po' troppo dell' impero romano, ma che già presente e prenunzia l'Italia moderna, quale noi l'amiamo, quale finalmente siamo fortunati di possederla.
   « Io, egli dice, fino dagli anni miei giovanili amai tanto l'Italia quanto nessuno l'amò de' miei coetanei » (2); e in Italia egli vorrebbe vivere e morire (3), e mai non si sazia di contemplare l'italica terra (4), e non gli pare che ci sia paese al mondo da ragguagliarsi a lei (5); e la chiama «la parte più felice del mondo, più famosa, più bella; l'unica per avventura che nulla ha di male, e cui nulla manca di bene, se pur non manchi la pace » (6). « Qui aere salubre, laghi pescosi, fiumi magnifici, fertili campi, apriche valli (7); qui la sede dell'ingegno, delle arti, delle scienze \8):
   Quidve deest Italis, nisi pax non deferet una1? (9).
   Egli rivede l'Italia dalle cime del monte Gebenna, e la saluta commosso, cara e santissima terra (10),
   Salve, chara Deo tellus sanctissima, salve ;
   veneranda ugualmente in armi e in leggi, patria delle muse, maestra del mondo. Io ritorno finalmente a te:
   Ad te nunc cupide post tempora longa revertor
   Incoia perpetuus; . . .
   (1) Sina Titulo, IV. Vedi De Sade, Mém. III, pag. 234.
   (2) De Reb. Fam. XIX, 15.
   (3) De Reb. Fam. XII, 11.
   (4) De Reb. Sen. I, 5.
   (5) De Reb. Fam. XXIII, 2.
   (6) De Reb. Sen. VII.
   (7) Ivi.
   (8) De Reb. Sen. IX, 1.
   (9) Ep. Poet. Sez. XI, 1. Sez. XI, V.
   (10) Ep. Poet. Sez. XI, 4.
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