481
CAPITOLO DEC1MONONO.
Parent cuncta sibi; curas agit ille seniles Ense puer stricto, laqueisque sub arbore tensis Quìs avium fururaque pedes et colla premantur;
e dicendo che :
Si vocem extulerit, Mauros turbabit et Indos, Arctoasque nives, Austrique calentis arenas.
È bello ed importante il poter sorprendere tutta la foga degli affetti che commovevano il nostro poeta; tutto il cumulo dell'amore e dell'ira che come onde tempestose gli si accavallavano nel cuore. Un inviato del tribuno al papa fu preso e percosso presso Avignone. Chi potrebbe immaginare quello che ne provasse il Petrarca? Leggiamo le sue parole e argomentiamo da esse il tumulto, lo sdegno, la febbre di quello spirito (1) : « Oh Sorga usurpatrice che contro il tuo Signore insorgi superba! Oh Rodano roditore, così voi dunque vi diportate col Tevere, cosi onorate Roma sovrana? Oh Avignone... guai a te misera, se ella si desti, anzi, se alzato il capo, riguardi alle ingiurie di cui dormendo fu segno... E tu, magnanimo... segui animoso nel cammino per cui ti sei messo, e non paventare di nulla... le astute volpi
fuggiranno ài cospetto del Leone che rugge..... Via, su, ti affretta, calca, schiaccia
ed annienta la rana che ridicolamente gonfiata pretende alla mole del bue ».
Nè venne meno il Petrarca alla promessa che faceva a Cola, nella prima lettera del 1343, di partecipare alla sua impresa; e il 20 di novembre del 47 (2) partiva dalla Francia per Roma, partiva, sebbene combattuto dagli affetti che lo trattenevano là ancora tenacemente legato. Egli scriveva per viaggio: «sono tre notti che non dormo, non libero ancora dalle antiche cure e oppresso dalle nuove » (3).
Se non che, durante quel viaggio appunto egli riceveva notizie non buone da Roma. E il primo grido che a queir annunzio gli usciva dal petto, è un grido che noi dobbiamo raccogliere, un santo grido , che si ripercuote oggi nei nostri petti commossi : « Veggo il fato che incalza la patria, e da qualunque lato mi volgo, trovo causa di dolore. Sconvolta Roma, che cosa rimane a sperare dell'Italia? Ed avvilita l'Italia che cosa sarà di me? » Roma enim lacerata, qualis Italiae status? Italia deformata, quaHs mca vita futura est? (4) Questo immedesimare sè stesso all' Italia, questo sentire di vivere della vita di lei, è grande e sublime ; questo solo basterebbe a fare del nostro primo poeta d'amore anche il primo italiano moderno.
Arrivato a Genova, sembra che le cattive notizie del Tribuno si confermassero e si aggravassero, e fu allora che gli scrisse il 29 di novembre (1347) (5): « Onde è questo sì funesto rumore che mi percuote dolorosamente l'orecchio? Bada, te ne prego, di non bruttare tu stesso la tua splendida fama.... Poiché dalla Curia io fui partito, mi tennero dietro lettere degli amici, che mi portavano molto diverse e molto meno liete delle prime, le tue notizie.... Dove ne andò quel tuo gemo salutare? Te dunque che il mondo ammirò duce de' buoni, dovrà oggi vedere satellite dei ribaldi.... Ma tale io non ti vedrò.... Io verso di te mi affrettava, ma cambio strada: ad te animo properabam, fleeto iter.
E infatti se ne andò a Parma. Cambiò strada, ma Roma, ma la libertà, ma l'Italia gli rimanevano sempre nell'anima. E cinque anni dopo (1352), quando tornato di nuovo ad Avignone, vedeva trascinato per le vie di quella città il Tribuno, consegnato da Carlo IV al papa, egli non sapeva reprimere il suo sdegno (G): « Colui
(1) De Reb. Fam. VII, 7.
(2) De Reb. Fam. VII, 7, Nota.
(3) De Reb. Fam. VII, 5.
(4) De Reb. Fam. VII, 5.
(5) De Reb. Fam. VII, 7. (G) De Reb. Fam. XII!, 6.