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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO IJECIMONONO.
   Clii potrebbe immaginare quello che passò in quei momenti nel cuore del Petrarca1? Egli, il fervido amante dell'antichità, il quale aveva vissuto intellettualmente con Tito Livio e con Scipione; egli che passeggiando Roma aveva pianto sulle sue rovine; egli, il mistico, il poeta, dall'anima innamorata, dai sussulti dell'entusiasmo, dagli slanci appassionati, dalle fibre irritabili e delicate, egli ha sentito un uomo dalla calda e lussureggiante parola, dal gesto vivo, dagli occhi di fuoco, un uomo che gli annunziava che Roma sarebbe risorta, che la repubblica di Roma non sarebbe più una vana parola, un desiderio, un ricordo; ma una cosa viva, ma un fatto, forse domani, forse tra pochi giorni.
   La lettera del Petrarca ci dice la battaglia che dovè suscitargli in petto, ce lo dice come può dirlo un povero pezzo di carta dove le parole sono ben lontane da potere esprimere quello che l'uomo sente, l'uomo sconvolto dall'uragano di una passione che lo domina tutto.
   Eppure anche in codesto pezzo di carta, vergato senza dubbio nell'impeto dell'affetto, noi ritroviamo il carattere del Petrarca.
   Come dopo undici anni di amore, egli si volgerà a Dio per chiedere
   Miserere del suo non degno affanno (1);
   così qui, nella lettera a Cola, dopo promesse le lacrime virili, egli ricorre a Gesù; dopo avere desiderato di partecipare alla grande impresa, egli si getta nelle braccia di Dio dicendogli: « a te noi stessi affidiamo e tutte le cose nostre», e facendogli una lunghissima apostrofe che contrasta singolarmente colla prima parte della lettera. Pensando alla terra, egli si rifugia sempre nel cielo; ma nelle sue preghiere celesti si mescola sempre qualche affetto umano.
   Non tardarono molto a giungere in Avignone le notizie dei primi fatti di Cola. Non erano corsi ancora quattro anni da che il Petrarca aveva scritto a lui, che questi fu il 20 maggio del 1347, proclamato tribuno, tribuno (come egli chiamava sè stesso) « severo e clemente di libertà, di pace e di giustizia, e liberatore delia sacra Romana Repubblica » (2).
   E immediatamente gli -dirigeva il Petrarca la sua celebre esortatoria (3), dove riversava tutto il suo entusiasmo per il nuovissimo fatto, dolendosi di non trovar parole « convenienti al suo gaudio improvviso e inopinato » gettando gir pensieri che gli parressero degni « dell'omerico stile »; esclamando: « ecco, voi siete finalmente in possesso della libertà .... di questo tesoro prezioso, fate di godere con letizia, con sobrietà, con modestia, con calma .... Tu, o grande, già ti apristi la via ad essere immortale .... Tu facesti più che non fecero Romolo, Camillo e Bruto . . . Salve, dunque, o tu che sei a noi Camillo, a noi Bruto, a noi Romolo, o con qualunque altro nome ti piaccia chiamarti; salve, o fondatore della libertà, della pace, della tranquillità di Roma ».
   E dopo questa enfasi, che era (notiamo bene) sincerissima, dopo avere evocati questi grandi nomi dell'antichità, il Petrarca loda il tribuno perchè sa che « sul
   horum tuorum sonus ad memoriam aurium mearum redit, saliens moeror ad oculos, dolor ad animum revertatur; et cor meum, quod dum loquebaris ardebat, nunc dum memi:\it, dum cogitat, dum prasvidet resolvatur in lacrimas, non quidem foemineas, sed viriles, sed masculas, et, si detur, pium aliquid ausuras, proque virili portione usque ad justifiae patrocinium erupturas. Cum saepe igitur antea, tum precipue post cum diem solito sae-pius tecum sum ; saspe subit desperatio, saspe spes, saepe autem inter utramque fluitante
   animo mecum dico: Ohi si unquam.....Oh! si in diebus meis accidet . . . Oh! si tari
   clari operis et tantae gloriae sim particeps ».
   (1) Son.: Padre del ciel, dopo i perduti giorni.
   (2) he Sade, Mt-moires^ III, Pièces juatificatives, n. 30.
   (3) Variae, Epist. 48.