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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL PETRARCA, ROMA E L'iTALIA. 481
   tati quotidianamente dallo studio degli antichi scrittori, ecco comparire sulla scena del mondo Cola di Rienzi.
   Io non credo necessario di rifare qui la storia, a tutti ben nota, dell'infelice tribuno. A noi basterà di vederlo in relazione col Petrarca.
   Sembra che questi lo conoscesse quando Cola andò nel 1343 ad Avignone, come Legato a papa Clemente VI del Senato e Popolo di Roma (1). «Italiani ambedue (come bene osserva il Fracassetti (2)), ambedue cittadini romani, e dell' antica grandezza romana poco meno che idolatri, studiosi entrambi delle lettere e indagatori solleciti dei riti, dei costumi, dei monumenti di quel popolo sovrano; presi infine ambedue da caldissimo desiderio di vedere risorta la gloria di Roma, dovevano necessariamente non che cercarsi e conoscersi, ma stimarsi, ma stringersi ancora col vincolo della più tenace amicizia ».
   Da una lettera del Petrarca parrebbe che si potesse arguire che fino da quel tempo il futuro tribuno svelasse al poeta i suoi disegni, le sue intenzioni, quello che si apparecchiava a fare. Da codesta lettera noi assistiamo quasi al loro colloquio; vediamo i due giovani entusiasti comunicarsi i loro pensieri; li sentiamo parlare di Roma, di libertà, di antica grandezza, vediamo l'alito ardente della loro fede sui loro volti infiammati. E sono grandi a vedersi codesti due cospiratori, che sulla porta di una chiesa d'Avignone, mentre la turba trascorre romorosa: la turba « al vii guadagno intesa » (3); mentre da ogni parte rintrona il tumulto,
   Omnia terribili fervent reboantque tumultu (4);
   mentre passa forse qualche vescovo o qualche cardinale « Cupidinis veteranus, Baccho sacer et Veneri, non armatas sed togatus et pileatus » (5); sono grandi a vedersi codesti due, soli, cupi, concitati, che parlano di una grande speranza, che tramano una grande rivoluzione, che sognano la grande Roma, ingens Roma.re-rumque caput, (6), e che confidano di riporla sul trono del mondo.
   Di quel loro segreto colloquio così scriveva due giorni dopo il Petrarca a Cola (7): « Se richiamo alla memoria le cose sante e gravissime delle quali parlammo, io mi sento tutto infiammare, e mi sembra di avere ascoltata piuttosto la voce di un Dio che di un uomo ».
   Sentite qui l'entusiasmo patriottico del Petrarca. Le parole di Cola gli sono scese come spada di fuoco nell'anima, e lo bruciano; egli è tutto assorto nel pensiero dei mali presenti, e delle speranze future: « Colla penetrante eloquenza delle tue parole tu toccasti così sul vivo le nostre piaghe, che ió sento rinnovarsi l'affanno nell'animo, sento tornarmi il pianto sul ciglio.....Ma le mie lacrime però
   non sono imbelli, ma virili, ma forti.....Io sempre ti sono allato, ed ora spero,
   ora dispero, ora tra l'uno e l'altro affetto ondeggiando, ripeto fra me stesso: oh le mai fosse! oh se ciò potesse accadere mentre io fossi in vita! oh se potessi essere partecipe di tanta impresa! » (8).
   (1) De Reb. Fara. XII, 7, Nota.
   (2) Ivi.
   (3) Son.: La gola e '1 sonno e l'oziose piume.
   (4) Ep. Poet. Sez. XIII, 2.
   (5) Sine Titulo, Epist. X.
   (6) Ep. Poet. Sez. XI, 5.
   (7) « Dum sanctissimum gravissimumque sermonem repeto, quem meeum ante'rreligiosi iIli us ac veteris templi fores nudius tertius habuisti, concalesco acriter, et ita sum ut oraculum a divis penetralibus emissum putem, et Deum mihi videar audisse non hominem ». De Reb. FamAppendice, 2.
   (8) Adeo mihi divine prsesentem statum, imo casum ac ruinam reipublicae deplorare, adeo profunde digitos eloquii tui in vulnera nostra dimittero visus eras, ut quoties vcr-
   bartoli. Letteratura italiana. gì