IL PETRARCA E IL PAPATO.
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una grande forza regolatrice della società. E ci aspirava appunto mentre il papato non pensava ad altro elle a costruirsi il suo piccolo regno terreno; quando, accortosi che non poteva più esercitare la grande tirannia di Gregorio VII, si contentava di diventare un tirannuccio di più sulle povere terre italiane.
Ma il Petrarca voleva quello che vollero dopo di lui i riformatori tedeschi, ritemprare la fede nella purità del Vangelo.
Per essere promotore di una rivoluzione religiosa, a lui non mancò il desiderio: mancò la costanza del carattere e l'intensità del volere; mancò il popolo che operasse quella rivoluzione. Egli, dicono alcuni, e credono di lodarlo, egli non toccò i dogmi. E li toccò forse da principio Lutero? Chi può dirci fin dove lo avrebbe trascinato la lotta, se una lotta fosse cominciata?
Ma chi lo avrebbe ascoltato in Italia? E come poteva egli, diviso tra tanti affetti, trovare quella ferrea, quella tenace volontà, quello zelo esclusivo, quell'entusiasmo unico e cieco dei grandi riformatori?
Chi può essere sicuro, che mentre buttava giù i terribili versi dell'egloga VI, non ci frammettesse anche qualche sonetto à Laura?
Chi può essere sicuro che per un codice di Cicerone o di Tito Livio non sarebbe andato a stringer la mano a tutti i cardinali della Curia?
Ed intanto, ad una grande riforma egli lavorava inconsapevole ; intanto, mentre fulminava Avignone e mentre supplicava il papa di tornare a Roma, con quell'altra mano dava i primi colpi di zappa alla fossa dove poi il Poggio e il Valla, il Machiavelli e Leon X, Lutero e gli Enciclopedisti, Galileo e i Positivisti, gli Italiani del 21 e del 48, del 59 e del 70, hanno seppellito il papato.
In contraddizione con sè stesso anche questa volta, egli voleva purificare la fede del medio evo, e preparava i trionfi della ragione ; voleva ricondurre il mondo all'ovile di Roma, e preparava i giorni nei quali Roma ed il mondo avrebbero esultato che l'ovile fosse chiuso per sempre ai lupi rapaci ed alle pecore matte.