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CAPITOLO DIÌC1MOTTAVO.
partenesse. Nè migliore mostravasi codesto papa coi suoi, egli che spogliava le chiese e i monasteri, che riduceva alla miseria i vescovi (1), che trescava colla contessa di Perigord, che vendeva i benefizi, che non pensava che ad arricchire i nipoti, ai quali lasciò un immenso tesoro, e che a lui morto non lasciarono neppure uno straccio per coprirne il corpo (2).
Del successore Giovanni XXII, mi contenterò di ricordare quello che ne scrive il Muratori, tanto dotto quanto pio e religioso (3); « Un papa così dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle conquiste di Stati temporali, che si rallegrava oltre modo dell'uccisione dei nemici, dovette fare una brutta comparsa davanti a Cristo sì grande amatore della pace, e che non cercò mai regni terreni; e tanto più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori... Se vacava un pingue arcivescovato o benefizio, non badava ad elezione alcuna, ma promoveva ad esso un arcivescovo I vescovo men grasso, ed a quest'altro vescovado un altro, di maniera che la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione di cinque o sei chiese: e tutto per cavar denari da tante collazioni. » E così alla sua morte, come narra il Villani, si trovarono nel suo tesoro diciotto milioni di fiorini d'oro in moneta, e oltre sette milioni in gemme, corone, mitre: somma, per quei tempi, enormissima.
Aveva dunque torto, era dunque la gelosia che faceva imprecare il Petrarca contro Varava Babilonia?
Anche Benedetto XII è narrato che lasciasse alla sua morte millecinquecento cofani, ognuno dei quali conteneva trentamila fiorini d'oro; cioè 45 milioni di fiorini (4).
Di Clemente VI ricorderò solo come segno dell'opinione che si ebbe di lui, che un giorno mentr'egli teneva concistoro, fu sparsa una lettera che si fingeva scritta dal diavolo al papa suo vicario e ai cardinali suoi consiglieri, dove tutti si ringraziavano dei loro peccati che li rendevano degni del suo regno, e dove dicevasì : vostra madre la superbia vi saluta, insieme colle vostre sorelle, l'avarizia e l'oscenità (5).
Non era dunque solo il Petrarca a invocare che
Fiamma dal ciel su le sue trecce piova; non era gelosia della Francia che gli faceva dipingere la Curia
Di vin serva, di letti e di vivande,
In cui lussuria fa l'ultima prova.
Che stima poteva egli avere di codesti papi, uno dei quali perchè egli leggeva Virgilio, lo teneva per mago'? (6), di codesti prelati che volevano scrittori barbari, vuoti ed abietti (7) per ammetterli all'onore della cancelleria papale1? di quei legati apostolici mutati « da agnelli in lupi, da chierici in tiranni (8); di quegli Egidii Albornoz che facevano passare davanti al papa i carri carichi delle chiavi delle città conquistate per (9) la Santa Sede, conquistate col tradimento, col sangue e col danaro ricavato dalie indulgenze vendute? (10).
No, non era gelosia d'altri popoli, era la verità che scaldava il suo petto, era la santa indignazione di Dante e di Caterina da Siena; era il suo ardore religioso, accoppiato al suo amore per Roma e per l'Italia.
Egli aspirava a ricondurre il cattolicisrno alle sue origini, a farne di nuovo
(1) Fleury, llist. Eccl. liv. 91.
(2) Muratori, anno 1314 ; Fleury, liv. 92. Gregorovius, VI, p. 114.
(3) Muratori, anno 1334; e cfr. Gret70-rovins, VI, 220
(4) Anno 1342.
(5) Fleury, liv. 96.
(6) De Beò. Sen. I, 4 ; De Reb. Fam. IX, 5.
(7) De Reb. Fam. XIII, 5.
(8) De Reb. Fam. Ili, 3.
(9) Variae, Epist. 56, Nota.
(10) Muratori, Annali, anno 1356.