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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO DIÌC1MOTTAVO.
   E seguita ancora dicendo: « Io debbo credere che i successori degli Apostoli nello scegliere la sede del loro ufficio non debbano essere pensosi di piaceri e di agiatezze... Narrano esserci nel tuo palazzo di Avignone una parte che chiamano Roma, e che quando tu in quella ti conduci, credi di avere adempiuto il dovere di romano pontefice. Ma deh! non prendere cosi a scherno il tuo Dio... Pensa che la vita è breve, che brevissima poi suol essere quella dei papi; pensa che tu pure dovrai comparire fra breve al tribunale di Cristo, al cui cospetto non sarai già tu padrone e noi servi, ma servo tu pure al pari di noi... »
   10 non mi fermo a far riflessioni. Dico solamente che questo linguaggio, il quale esce dalla coscienza del Petrarca, e va solenne e senza paura ad ammonire e a minacciare il vicario di Cristo, mi fa pensare a Lamennais, alla grande anima ribelle del secolo XIX, come mi fa pensare a Lutero, il grande ribelle del secolo XVI.
   Nella lettera che stiamo esaminando ci è ancora una parte che noi vogliam rilevare, come quella che ha una speciale importanza per i fatti che in questo stesso momento minacciano, pur troppo, cosi paurosamente l'Europa.
   11 Petrarca dice ad Urbano : << Tu sai qual sia la misera condizione de' cristiani in Oriente... E mentre a tal pericolo è esposta nell'Orienfe la fede di Cristo, tu siedi ozioso nell' Occidente, tu che per compire 1' ufficio dell' alto tuo ministero, dovevi esserti già prima d'ora levato in piedi, e correndo là dove più fiero ci minaccia il nemico, benché solo, condurti, non dico a Roma, ma a Costantinopoli stessa?... Non qui fa d'uopo di te, ma sull'Egeo, sull'Ionio, sull'Ellesponto, sul Bosforo. Quale accecamento è codesto, quale vergogna, che mentre in Oriente si combatte, tu duce supremo delle battaglie di 'Dio, resti ozioso nell'Occidente? »
   Tali parole non potrebbero forse scriversi anch'oggi?
   Ma quello che il Petrarca non sapeva, quello che nella sua nobile anima non avrebbe potuto supporre mai, era che dopo cinque secoli il papato politico, il papato divenuto agente di cambio dei Gesuiti, avrebbe per negoziar meglio le azioni del debito pubblico della Turchia, stese le braccia fraternamente al sultano. « Se veramente pastore e non mercenario tu sei, diceva il Petrarca al papa, fatti incontro al glorioso e santo cimento. » Ma oggi egli non porrebbe più questo dilemma; oggi assistendo all'ultimo sfacelo, al disciogliersi e putrefarsi dell'istituzione medievale, egli saluterebbe, certo, con gioja il ringiovanire della sua Italia, e militerebbe con noi nel nobile campo della libertà e della ragione.
   Urbano V ricondusse, come è noto, nel 1367, la sede papale a Roma. E tosto il Petrarca gli diresse una lunga lettera gratulatoria (1), dove apre 1' animo suo alla gioja, esclamando: « Quasi sole risorto dopo lunga notte, tu fugasti l'errore delle tenebre e riportasti il sereno nel mondo; tu riconducesti la Chiesa dal tristo esilio al luogo nativo; tu in pochi giorni riparasti al danno e alla negligenza continuata per sessanta e più anni da cinque pontefici, pari a te di grado ma non di animo. >>
   Da quel fatto però egli toglie ancora occasione ad ammonimenti severi. Bada, egli dice, che « a nessuno tanto disdice la doppiezza e la finzione quanto al romano pontefice, che puro e costante deve procedere siccome il sole. » Bada, « a te resta ancora molto da fare »: « Nato alla grand'opera, fa di compirla. Ammonisci i tuoi cardinali ad uno ad uno, e tutti insieme esortali che si ricordino d' essere uomini, che non sempre a darsi sollazzo, ma pensino ancora qualche volta alla morte e alla vita eterna. » « Insegna ai tuoi figli ed ai tuoi fratelli a disprezzare quello cbe amarono, ad amare quel che temerono ed abborrirono. »
   E quando poi, nel 1370, sentì il Petrarca che Urbano V si disponeva a tornare in Avignone, egli gli rivolse un' altra lettera (2), nella quale fa parlare l'Italia al papa, che gli dice: « Alza come Mosè le mani al cielo, e combatti non colla spada
   (1) De Reb. Sen. IX, 1.
   (2) Variae, Epist. 3.