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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO DEC1MOSETT1MO.
   il momento del pranzo, cura prandii tempus ìnslat; della miseria dell'uomo occupato e della felicità del solitario quando il pranzo è finito; e quando redeunte noeta eoenandum, est, e via discorrendo. Altrove: de deleclalione ac dulredine vilae solitariae, et spirituali, pugna solitariorum ; e ancora: quantum sii. solatium... prò brevi solitudine hominum, perpetuar/i sperare frequentia.m angelorum (1).
   Mi pare che sia sufficiente citare i titoli, senza entrare in più minuto esame del libro. Questo è ascetismo puro, e degno dei poveri dementi della Tebaide. ili fati nel libro 11, egli porta gli esempi dei solitari famosi; ed è curioso che comincia da Adamo, il quale finché fu solo, fu felice; e diventò infelicissimo appena fu accompagnato: mox ut comitatus, nono miserior; e dice essere stato questo un chiaro ed insigne presagio di quello che dovesse sperare la posterità dalla compagnia delle donne. Se Laura avesse letto siffatte parole!
   E da Adamo scende giù giù a Giacobbe, a Elia, a s. Ambrogio, a Pietro Eremita, intromettendo un capitolo contro i re ed i principi che intendono alle voluttà, ai turpi guadagni, alle spogliazioni dei sudditi e ad altri vizii, invece di pensare all'impresa di Terra Santa (2).
   Dopo questo nella lode dei solitari, passa ai Bracmani (3), e quindi agli antichi, a Seneca, a Cicerone, a Demostene, a Numa Pompilio, a Romolo, Ercole ed Achille; e quivi non più il mistico, ma apparisce invece il precursore degli umanisti; passaggio che parrebbe strano, ma che è invece naturalissimo nel Petrarca.
   Egli, scrivendo nel 1300 a Filippo di Cabassoles, allora Patriarca di Gerusalemme, gli diceva (4): quando tutto solo nel tranquillo silenzio della villa trassi beati i miei giorni.... mi parve conveniente al luogo, al tempo e a quella nostra condizione di vita il comporre nella quaresima di due anni successivi, due libretti, l'uno sulla vita solitaria, l'altro sulla tranquillità monastica, De odo religiosorum.
   Sembra da ciò che il Petrarca componesse quelle opere quasi come per fare opere di pietà nel tempo della quaresima; e ciò conferma il loro carattere ascetico.
   Il trattato De odo religiosorum lo compose dopo avere nel 1347 (5) visitato il fratello Gerardo alla Certosa di Montrieux, e lo dedicò a quei certosini. Quella dedica è ben singolare.
   « Io sono stato (egli dice) in Paradiso, ho veduto gli angeli di Dio in terra, ora sono contento, quod votis optabam, consecutvs (6). Giammai non mi sembrarono più brevi i giorni, più veloci le notti. Stando con voi, io era rapito da una sacra voluttà. »
   Anche in queste parole, che io credo sincerissime, noi ritroviamo quell'esaltamento mistico che era proprio del Petrarca.
   Tutto il trattato è su questo tono medesimo. Ed al genere stesso appartengono i due dialoghi De vera sapientia, e i Sette Salmi penitenziali, dove si ripetono quegli stessi gridi di dolore che già sentimmo nel Seeretum: « le mie notti passano nel terrore, il sonno non mi reca pace ma fatica; io sono molesto a me stesso al di dentro e al di fuori di me; io mi odio; confidavo nelle mie forze, ed ora, et mine delusus expergiseor eum laehrymis. »
   Non discutiamo se queste condizioni psicologiche del Petrarca fossero un bene o fossero un male. Il Foscolo dice che quel robusto senso di religione che egli ebbe non servi ad altro che a turbare le facoltà della sua mente (7). Può darsi forse che ciò sia vero; ma a noi poco interessa di questo. Quando il Petrarca fosse stato un altro uomo da quello che fu, che cosa avrebbe fatto? Noi sentiamo subito che una tale questione è affatto inconcludente.
   (1) Lib. II, Sez. II, Gap. I. — Si veda an che Sez. III, Cap. III.
   (2) Sez. IV, Cap. U.
   (3) Sez. VI, Cap. I.
   (4) Variae, Epist. 5.
   (5) Variae, Epist. 14, Nota,
   (6) Opera. 1, pag. 293.
   (7) Saggio, pag. 102.