il misticismo del petrarca. 471
sospin! quanto meglio arrivare dal pianto alla gioja, che dalla gioja ai gemiti eterni ! » (1).
Questa malnata ragione, questo che il Petrarca chiama rimedio contro la prospera fortuna, non fa grazia a nulla, non risparmia nessuno dei più cari e più santi affetti della vita.
Se l'uomo si rallegra di godere di amori felici, egli si sente definire l'amore (molto medievalescamente) come una grata ferita, un saporito veleno, una dolce amarezza, un giocondo supplizio, una blanda morte (2). Se si rallegra della prole, sente opporsi eli' ella non è che un peso domestico (3). Se vuole riposarsi nel pensiero di una compagna diletta, sente dirsi che con lei gli entreranno in casa, la gelosia, il sospetto, le battaglie, ch'egli non sarà sicuro nè a mensa nè in camera (4).
Il secondo libro dell'opera poi è il rovescio di tutto ciò. Ivi il timore e il dolore notano i mali, le cure, le calamità d'ogni maniera che affliggono la vita ; e la ragione risponde cercando di dimostrare che non sono mali. La natura ti fece nascere deforme ? Ebbene, essa ti negò ciò che diletta, ma ti diede quello che giova (5). E così la morte, la povertà, le sventure di tutti i generi trovano risposta in queste pagine, che il Petrarca compose specialmente colla scorta di Cicerone e di Seneca, e che non hanno veramente per sè stesse nessuna importanza, nessunissimo valore d scienza o d'arte; ma che ci servono a penetrar meglio nell'animo suo. Se è certo che dal modo di concepire un libro si può arguire assai del carattere dello scrittore ; le qualità del carattere del Petrarca che abbiamo già avvertite, ricevono conferma dai Rimedii dell'una e dell'altra fortuna. A noi non interessa discutere il valore filosofico del suo trattato ; a noi importa solamente ricavare anche da esso una prova del suo stato perpetuamente oscillante, e di vedere come sempre il suo misticismo fosse in lotta colla sua ragione; i suoi desiderj in antagonismo coi suoi razioeinii, il suo cuore col suo cervello.
Anche dal proemio del libro, ch'egli dirige ad Azzo di Correggio, ciò si rileva. « Se io penso, egli dice, all'instabilità delle cose umane, io non trovo nulla di più incerto e di più inquieto della vita: nihil fragilius, nihil inquietius. » Quale -vita infatti più inquieta e più incerta della sua ? Egli sembra anche qui, come in un passo del Secreium, invidiare i bruti, ai quali la natura ha dato contro i mali della vita un mirabile rimedio, che è l'ignoranza di sè stessi, ignorantia quadam sui; mentre per gli uomini, la memoria, l'intelletto, la previdenza, si convertono in danno e fatica, in pemitiem et laborem versas. Gli uomini, egli esclama (e qui giudica di tutti da sè stesso), gli uomini sono sempre torturati dalle cure del presente, del passato, dell'avvenire ; e quando sono meno infelici, temono allora di più. Noi, (sentite come egli dipinge sè stesso) noi con grande studio cerchiamo le cose che alimentano ì nostri dolori. Quale è il giorno che noi abbiamo passato in quiete ? quale che non sia stato pieno di fatiche e di angoscie % »
Per lui infatti questo giorno non era sorto, e non sarebbe per sorgere mai. Chi può dirci quante liete albe, quanti sorridenti mattini, si erano tramutati in tempestosi meriggi, in notti di terrore e di strazio, per lui, povero tormentatore di sè stesso, naufrago perpetuo nel mare tempestoso dei suoi desiderj sempre insoddisfatti?
Un'altra opera del Petrarca che ci fa fede delle sue tendenze mistiche, è il lungo trattato De Vita Solitaria, il quale, come fu ben detto, insegna una filosofia nemica degli uomini e pare l'opera di un cenobita.
Per avere un'idea di questo libro, basta citare i titoli di alcuni capitoli, per es.: della miseria dell'uomo occupato e della felicità del solitario quando è vicino
(1) Dialog. XXIII, De cantu et dulcedine a musica.
(2) Dialog. LXIX, De gratis amoribus.
(3) Dialog. LXX, De ortu filiorum.
(4) Dialog. LXV, De coniuga claritate.
(5) Dialog. I, De deformitate corporis.