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CAPITOLO DECIMOSET'I IMO.
Secretimi e l'amico di Cola di Rienzi, il poeta dell'Africa e l'autore dei sette salmi penitenziali ; l'innamorato della solitudine di Valcliiusa, e il frequentatore delle città, dove la folla lo attornia, e dove alla folla plaudente egli fa la corte con superba umiltà.
I tumulti, i rumori cittadini lo disgustano ; lo dice con fiere parole nel Sccretum: « Veggo la mestissima e turbolentissima città essere fatta ultima sentina di tutto il mondo ed abbondare di brutture.... Veggo per tutte le fetenti strade, miste a rabbiosi cani obscoenas sues ; .... mi muovono a nausea i furori degli uomini, gli animi discordi, le pazzie dei ricchi, gli orrendi aspetti dei mendichi », e via di seguito (1).
Ma perchè ci vive egli dunque?
Nella terza parte del Secretimi egli si rimprovera acerbamente l'amore della gloria e dell'immortalità del nome; dice a sè stesso, per bocca del suo santo, che questa vana immortalità troppo desiderata è da temere che gli serri il cammino della immortalità vera (2). « A che fine questa tua continua fatica, e le continue vigilie e il veemente impeto degli studi ?. . .. Coltiva la virtù, trascura la gloria. .. Citta il grave peso delle istorie... lascia l'Africa a'suoi possessori...., restituisci finalmente te a te stesso, e pensa davvero alla morte, pensa al sepolcro che deve essere la perenne tua sede, te tandem Ubi restìtue » (3).
Sempre il pensiero stesso, che si fa strada a traverso il suo spirito combattuto; sempre il solito misticismo che gli ispira tutto quel libro, che lo tiene legato a sè, nel mostruoso abbracciamento della vita colla morte ; ma che, avventuratamente, non riesce mai a domarlo, a soggiogarlo, a fare di lui un altro Agostino; che non ci dà un santo di più, inutile aggiunta al Calendario ; e non ci ruba quindi il poeta, aggiunta gloriosa e immortale al nostro Parnaso.
II misticismo del Petrarca combattente col sentimento della vita e della felicità; quella condizione speciale dell'animo suo che lo fa titubar sempre tra il cielo e la terra, tra Laura e la Madonna, tra la letteratura pagana e la cristiana, ci sono ritratti in un'altra opera del Petrarca, il cui solo concepimento basterebbe a dipingerci il carattere di lui. Sono due grossi libri, più di 200 lunghe pagine in foglio, che egli intitolò De remediis utriusque fortunae : dialoghi anche questi e come tanti contrapposti, come tante antitesi studiosamente cercate, e che mostrano appunto l'antitesi continua in cui si dibatteva l'animo dello scrittore.
Nel primo libro (che abbraccia 122 dialoghi) parlano da un lato il Gaudio e la Speranza, dall'altro la Ragione: una ben trista ragione, che oppone sempre al bene il male, alla felicità il dolore, alla vita la morte. Leggendo questo pesantissimo libro, io non poteva trattenermi dal veder sempre come due spiriti in battaglia tra loro, e in questa lunga battaglia sentivo tutto il Petrarca, e l'intera sua vita mi siillu-- minava di nuova luce.
Il gaudio e la speranza dicono nelle pagine del trattato, come dicevano dentro di lui : « l'età è florida, molto ancora avanza di vita » (4). E la ragione tosto rispondeva: « ecco la prima vana speranza dei mortali, dalla quale migliaia di essi rimangono ingannati ». Il gaudio e la speranza si rallegrano della bellezza del corpo, della prospera salute, dell'ingegno, dell'eloquenza, dell'eleganza delle vesti, del cauto, della musica, delle danze, di tutte le cose che furono care al Petrarca; e la inesorabile ragione, cioè il Petrarca mistico che vive dentro al Petrarca poeta, è là sempre a tinger di nero le più rosee immagini, le più vagheggiate speranze del suo spirito. « Ti diletta il canto ? Ah, quanto meglio sarebbe che ti dilettassero le lacrime ed i
(1) Secret um, pag. 350.
(2) Ib., pag. 364.
(3) Ib., pag. 368.
(4) Dialog. I, De aetate florida et spe vitae longioris.