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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL MISTICISMO DEL PETRARCA.
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   siono, quanto fetide, quanto tristi, quanto orribili a te stesso, se tu potessi rivederle » (1).
   Guardate come da tutti i lati sia profonda e incurabile la malattia che lo con-cuma. Davanti agli splendori della vita, dell'ingegno, della bellezza, ecco piantarsi subito il fantasma della morte e della vanità di tutte le cose. Il suo corpo gli pare « un carcere tenebroso, umido, puzzolente », da doversi odiare. Non c' è colpa di cui egli non si accusi : è superbo, invidioso, avaro, lussurioso.
   Lo spettacolo delle miserie umane lo turba, egli sembra quasi intento a cercare il fatale perchè del dolore. « Ignori forse /dice a sè stesso (2)) che fra tutti gli animali l'uomo è il più bisognoso ? Vedilo nudo ed informe, nascere fra i vagiti e le lacrime: indi ristorato da scarso latte; poi tremante andar carpone, e finalmente pasciuto e vestito dalle mute bestie. Vedilo d'animo caduco ed inquieto, assediato da vari morbi, soggetto ad innumerevoli passioni, ondeggiante tra il gaudio e la
   mestizia, non padrone del suo arbitrio, inetto a frenare gli appetiti.....Mentre
   pli altri animali trovano all'aperto i loro alimenti, l'uomo li deve cercare con molta fatica : l'uomo è gonfiato dal sonno e dal cibo, tratto fuori di sè dalle bevande, estenuato dalla veglia, contratto dalla fame, inaridito dalla sete. Avido e timido, si an-noja delle cose che possiede, deplora le perdute, si affanna per le presenti, per le passate, per le future. Ora s'inorgoglisce fra le sue miserie, ora si paragona ai vermi più vili. Insomma, è di vita breve, di dubbia età, d'inevitabile fato, ed esposto a mille generi di morte ».
   E la conclusione di tutto questo sarà ch'egli si vergogna di esser nato uomo.
   Io non rileggo mai questa pagina del Segreto, senza ripensare al Leopardi. Perchè nel misticismo del Petrarca c'è pure mescolato quel dolore infinito, c'è quella affannosa e sempre vana ricerca della felicità, e quella contemplazione tetra della vita, che caratterizzano il nostro grande poeta moderno. Se non che, ciò che nel Leopardi è permanente, nel Petrarca passa ; ciò che nel Petrarca finisce colla canzone alla Vergine, finisce nel Leopardi coW in finita vanità del tutto, e col terribile verso :
   Il ciel, la terra, il mar guardo e sorrido.
   I/inquietudine, quella che egli chiama accidia o egritudine, lo tormenta (3): in quei momenti egli vede « tutto aspro, tutto misero, tutto orrendo. Mi sembra di scorgere sempre aperta la via della disperazione .... Questa peste mi prende talora cosi tenacemente, che gli intieri giorni e le intere notti mi tormenta, e quello non mi sembra tempo di luce o di vita, ma di tartarea notte e di acerbissima morte; e, ciò che è il colmo delle miserie, cosi mi pasco di dolori e di travagli, sic lobo-ribns et cloloribus pascor, che ne ritraggo una certa voluttà, e me ne separo contro, mia voglia ».
   Amare il proprio dolore, quasi connaturarlo a sè, farne come il compagno della esistenza, viverci dentro, assaporarlo con amara voluttà, ciò è proprio delle grandi sventure, ciò può dar luogo ad una grande poesia.
   Ma nel Petrarca, se per intensità di sentimento codesti momenti erano terribili, io credo che essi passassero anche con una grande facilità. Questi sublimi e profondi disgusti della vita, questo concentrarsi cupamente in sè stesso, a divorare il proprio cuore, non erano nel Petrarca che l'effetto di passeggere impressioni, che la più piccola cosa bastava a cancellare. In lui combattevano molti esseri diversi ; egli era come il campo di battaglia sul quale scendevano a lottare l'uomo, il mistico, il poeta, l'erudito; l'amante di Laura e il padre di Francesca; lo scrittore de]
   (1) Secretutn, pag. 342.
   (2) Ib., pag. 344.
   (3) Ib., pag. 347.