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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   468 CAPITOLO DECIMOSET'I IMO.
   rita il nome di uomo se non colui che tiene la morte continuamente davanti a sè a guisa di specchio, e che per essa impara a disprezzare tutte le cose terrene ; e che anzi questo ancora non basta, ma che bisogna « alte descendere », discenderò al profondo, cioè dimorare in quel pensiero lungamente, e contemplare a parte a parte la morte, vedere il sudore che bagna le membra dei moribondi, gli occhi nuotanti e lagninosi, la fronte contratta e livida, le rigide nari, le spumanti labbra, la lingua squamosa, l'affannato petto (1).
   E queste non sono esagerazioni retoriche, perchè sapete voi quello che il Petrarca risponde al terribile consiglio del Santo, cioè di sè medesimo ? Risponde cho egli lo fa, che spesso la notte egli compone il suo corpo a similitudine di quelli che muoiono (2), e parla con se stesso, e cerca le cose più orrende che la sua mente sappia trovare, e grida a Dio: ajuto, misericordia di me, liberami da questi mali, porgimi la mano :
   Da dextram misero, et tecum me tolle per undas, Sedibus ut saltem placidis in morte quiescam.
   Io credo benissimo che il Petrarca si raccomandasse a Dio con questi versi di Virgilio (3); ma ciò non toglie ch'io non vegga il povero poeta nelle sue notti insonni, agitato dalle paure della morte, coperto di sudore, piangente nel suo letto divenuto a lui come feretro, dov'egli si Ange d'essere già morto ; e di dove', forse egli si alzerà appena venga a battere alla sua finestra il primo raggio di soie della sua Valchiusa; si alzerà, dimentico di tutti i suoi terrori notturni, forse per salutare da lontano i bei capelli d'oro alVaura sparsi. Sono due momenti della vita del Petrarca in antitesi tra loro, ma ambedue naturali. Sono come le due facce del suo spirito: qui rabbrividire (com'egli dice), tremare, impallidire; maledire la bellezza del corpo, la gloria del mondo, il proprio ingegno, la propria eloquenza; tormentarsi col pensare allo stridore e al pianto dell'inferno, ai fiumi sulfurei, alle tenebre, alle furie: « et stridor et gemitus averni et sulphurei amnes et tenebrae et ultrices furiae » (4); là poi correre dietro al suo trilustre sospiro (5).
   Ma seguitiamo il nostro poeta nei suoi gemiti tormentosi.
   Egli rimprovera a sè stesso, converte in supplizio tutte le cose che gli sono più, care. Che gli giova aver letto, aver sudato sui libri, avere confidato nel proprio ingegno, essere stato applaudito nella sua eloquenza? « E il sapere molte cose che importa1? Se quando avete imparato qual sia il circuito del cielo e della terra, lo spazio del mare, il corso degli astri, i segreti della natura, restate poi sconosciuti, a voi stessi » ? (6). Che ti vale la gloria dell'eloquenza? Che cosa può esserci di pia puerile e di più stolto che consumare il tempo nello studio delle parole? Quale ne-fandità paragonabile a quella di compiacersi della bellezza del proprio corpo? « Quando avviene che la bellezza del tuo volto cominci a tentare il tuo animo, ti venga subito in mente quali abbiano a diventare tra poco quelle membra che ora ti piac-
   (1) «... acerrima meditatione singula morientium membra percurrere, et extremis quidem iam algentibus media terreri, et in summo opportuno sudore defluere, ilia pul-sari, vitalem spiritum mortis vicinitate lentescere; ad haec defossos natantesque oculos, obtuitum lachrymosum, contractam frontem liventemque, labentes genas, lucidos dentes, acutas nares, spumantia labia, squamosam linguam, aridum palatum, fatigatum caput, anhe-lum pectus, raucum murmur et moesta suspiria, odorem totius corporis molestimi » . ... Pag. 337, ediz. di Basilea, Seb. Henricum Petri.
   (2) « Corpus.... in morem morientium compono >>. Pag. 337.
   (3) Eneide, VI, 3f»0.
   (1) Secretum, pag. 337.
   (5) Son.: Ponmi ove'l Sol occide i dori e l'erba,
   (6) Secretum, pag, 340,