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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL MISTICISMO DEL PETRARCA.
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   che maledica gli Àrabi (1), e che chiami Averroe « rabbioso cane che agitato da infernale furore, con empi latrati e con bestemmie da ogni parte raccolte, oltraggia a lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede » (2).
   Tutto ciò ò effetto del suo ascetismo, del suo sentirsi come naufrago nella vita, ohe aspira al porto celeste. Ed è ciò, che lo fa alzare ogni mezzanotte a recitare le laudi, e provarne tanta dolcezza e soavità, che non vi è momento per lui più grato di quello (3) ; che gli fa perdere tempo ogni giorno a recitare l'uffìzio divino (4); che lo fa digiunare tutti i venerdì a pane ed acqua (5); che lo fa rallegrare con un amico perchè si è fatto frate (0) ; che gi/ fa attribuire alle suggestioni del diavolo il suo amore per le lettere che chiama profane (7); che gli fa comporre preghiere che dicono: « Sia per me purgatorio il mio letto, ed il mio corpo gema su quello, addolorato e fra le lacrime, anziché mi travolga la morte nel tartaro » (8).
   Sempre così : per evitare l'inferno del mondo di là, crearsi il purgatorio nel mondo presente; gemere qui tra le lacrime per non bruciare di là nel zolfo bollente.
   Molte tra le opere del Petrarca accennano a queste condizioni ascetiche del suo spirito. Prima di tutto esaminiamo uno dei suoi libri più singolari, e che è prezioso per lo studio del suo carattere.
   Abbiamo veduto che il Petrarca portava sempre con sè le Confessioni di s. Agostino (9), libro che esercitò grande influenza sull'animo suo. Egli stesso ce lo dice (10): « Per esso io feci il primo passo nello studio della sacra letteratura.....la lettura di questo libro produsse in me tal cangiamento, che cominciai a non avere più a schifo le sacre lettere, indi a gustarle, e finalmente così me ne piacqui che quella inculta semplicità m'allettò, e mi costrinse ad applicarvi gli occhi e la mente ».
   Ora (poniamo mente a queste date e questi raffronti) nell'anno 1342, a lui tren-tottesimo, un anno solo prima che gli nascesse la figlia Francesca, e mentre era nel suo più forte bollore la passione per Laura ; un anno solo dopo la sua incoronazione, e nell'anno stesso nel quale componeva alcuni dei suoi sonetti più belìi, più vivi; nel 1342 (11) il Petrarca scriveva un libro che intitolava Secretum smini o De contempiu mundi, che è un dialogo tra lui appunto e s. Agostino, diviso in tre parti.
   Seguiamo in queste strane pagine il carattere del Petrarca. Lì sta, ce lo dice egli medesimo, il suo segreto (12).
   Ed è un segreto, lo dico qui senza indugio, ben doloroso, bene straziante: vedere un'anima umana, una nobile intelligenza, uno spirito sortito a cogliere i più bai fiori della poesia, vederlo, non alle prese colle sventure, coi grandi e terribili dolori della vita; non in lotta colla morte, coi patimenti dell'esilio, colle torture della calunnia; no, ma doverlo contemplare che si dibatte tra le lugubri larve della sua fantasia, nelle vane paure del suo misticismo, nel delirio della sua febbre ascetica.
   Fortunatamente sono gli estremi avanzi del Medioevo. Il Petrarca è l'ultimo uomo di quei torbidi secoli, ed è già il primo dei nuovi.
   Ma intanto, dobbiamo assistere a questo agonizzare del suo grande spirito, che tenta di non essere più uomo, mentre più potente e più forte rifulge in lui l'umanità.
   Ecco qui ritornare in campo le cupe meditazioni sulla morte. S. Agostino, che rappresenta la tendenza ascetica nel carattere del Petrarca, gli insegna che non me-
   (1) De Rei. Sen. XII, 2.
   (2) De Reb. Sen. XV, 6.
   (3) De Reb. Sen. IX, 2; De Reb. Fani. VII, 3; XV, 2; XVI, 12.
   (4) De Reb¦ Sen. IV, 4.
   (5) De Reb Sen. XII. i.
   (0) De Reb. Sen. X, i.
   (7) De Reb. Sen. Vili, 6.
   (8) Yariae, Ep. 15. Il signor Hortis (op.
   cit.) ha pubblicato altro preghiere del Petrarca: Orationes contra tempestata aereas. Oratio ad beatam Agatham, ctc.
   (9) Vedi anche De Reb. Sen. XV, 7.
   (10) De Reb. Sen. Vili, 6.
   (11) De Reb. Fam. XVIII, 2, Nota.
   (12) Sccretum enim meum cs et di-ccris». Praef.