458 CAPITOLO DECIMOSET'I IMO.
come certa ò la morte, cosi incerta ne è l'ora, ed ogni momento può essere l'ultimo del -viver nostro » (1).
Qualche volta vuol dare coraggio a sè stesso: « E a che questa inutile paura? Quel che deve essere, sarà; poco prima o poco dopo che monta1?» (2) «Il nascere, il vivere, l'ammalarsi, il diventar vecchio, il morire sono tutte cose proprie dell'umana natura; proprio della virtù è l'acconciarsi a qualunque d'esce con serenità sempre uguale del volto e dell'animo » (3).
Una bella sentenza, alla quale io non credo però che corrispondessero i fatti. 11 Petrarca parla troppo spesso della morte per credere eh' egli non ne avesse paura. Egli era troppo imbevuto di misticismo cristiano, per morire da antico. La bellissima fanciulla di Leopardi credo che mettesse terrore al Petrarca. Infatti egli prega Dio più caldamente che di ogni altra cosa, di non abbandonarlo nella morte, e di accordargli il fine dei suoi giorni placido e tranquillo ; e spera nelle orazioni dei Certosini ; e vuol darsi agli studi sacri perchè « in qual ora potrebbe meglio e più salutarmente sorprendermi la morte, che quando io fossi tutto inteso ad amare, a lodare, a benedire Iddio » (4). E vuole che quando sarà vicino a morire gli sia posto sotto il capezzale il salterio di David (5).
Povero Petrarca! Non bastavano tutti gli altri tormenti dell'anima sua, egli doveva ancora spasimare dietro ai tetri fantasmi dell'oltre tomba. E codesti fantasmi quante volte dovevano turbare la serena pace dei suoi studi, quante volte frap-porsi tra lui ed i suoi prediletti scrittori ! Spesso dovè parergli come una colpa l'averli amati: « Grande, egli scrive, grande, il confesso,fu l'amor mio per Cicerone
e per Virgilio, per Platone ed Omero......Ma è tempo ormai di pensare a cose
più gravi, è tempo di essere solleciti più della propria salute che della eloquenza. Oggi sono a me oratori prediletti Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio; mio filosofo è Paolo; mio poeta è David » (C).
Fu, è vero, un vano proposito; ed anzi mentre egli scriveva cosi, aggiungeva poi subito: «io concilierò l'amore di quelli con l'amore di questi, studierù negli uni la locuzione, negli altri la sostanza » (7) ; ma ad ogni modo è evidente il comnatti-mento dell'animo suo.
Da questo stato intermittente di misticismo dello spirito del Petrarca derivano molte opinioni e molti fatti della sua vita. Egli vuole che la scienza obbedisca sempre alla fede ; è pronto a voltare le spalle a Platone, ad Aristotile, a Varrone, a Cicerone, se questi potessero allontanarlo dalla fede vera e santa (8). Per essere veri filosofi, basta amare Gesù Cristo; sul Vangelo si deve erigere l'edifizio dell'umano sapere (9).
Noi non faremo certo le meraviglie di tali dottrine poco scientifiche, professate nel secolo XIV, noi che le sentiamo tanto spesso ripetere anche alla fine del XiX, dopo 500 lunghi anni nei quali tanti cervelli non hanno fatto nessun cammino.
E così non ci meraviglieremo di sentirgli dire che la vera filosofia non ó quella professata a Roma, ad Atene o a Parigi, ma quella bensì che si apprende nei sacri chiostri (10), la filosofia che nacque nell'Eden, e che dura anche oggi prosperamente felice e beata di sè.
.Nè migliore filosofo della storia ci apparirà il Petrarca là dove dice che tutti i mali della terra nascono dall'ira di Dio (11) ; ma neppur questo dovrà farci stupore: e nemmeno ch'egli gridi ad un amico di ascoltare più Cristo che Aristotile (12); e
(1) De Reb. Fam. XVI, 5.
(2) De Reb. Fam. XVI, G.
(3) De Reb. Fam. XIX, 16.
(4) De Reb. Fam. XXII, Ì0.
(5) Ivi.
(6) De Reb. Fam. XXII, 10.
(7) Ivi.
(8) De Reb. Fam. VI, 2.
(9) Ivi.
(10) De Reb. Fam. XVII, 1.
(11) De Reb. Sen. Ili, 1.
(12) De Reb. Sen. XIII, 5.