IL MISTICISMO DEL PETRARCA. 457
(rato in sè stesso. I pensieri che si agitavano nella sua niente ei ce li dice: » Tacendo mi feci a considerare la stoltezza dei mortali, che disprezzando la parte più nobile della loro natura, si perdono in mille cose inutili e vane speculazioni, e vanno
cercando al di fuori quello che potrebbero trovare dentro sè stessi.......Più
volte scendendo giìi per la china, mi volsi indietro, e la sublime cima del monte mi parve alta appena un cubito ragguagliata all'altezza dell'umana dignità, quando essa non sia sommersa nel lezzo delle terrene sozzure......Se tanto non mi increbbe di faticare e sudare per salire col corpo un poco più verso il cielo, qual croce, qual carcere, qual aculeo potrebbe far paura ad un' anima che risoluta di andare a Dio, si ponesse sotto i piedi l'insolente alterigia e la vanità degli umani destini? »
Tali erano i pensieri del Petrarca; e questi pensieri ci dicono già quali fossero le disposizioni dell'animo suo. Mentr'egli vuole procurarsi un diletto, mentre è mosso a salire sul monte dal desiderio di imitare Filippo di Macedonia, di cui Tito Livio racconta che ascese sull'Emo della Tessaglia, ecco che poche parole di s. Agostino lo traggono improvvisamente fuori di tutto quello che lo circonda. Egli non vede più nulla; non è più allettato da nulla; i monti, i fiumi, la natura pare che spariscano dai suoi sguardi. L'uomo è rimasto sulla vetta del monte; quello che discende è il mistico, il mistico che ragiona con sè stesso delle vanità umane, delle sozzure terrene, che aspira al vertice del monte divino.
Eppure il Petrarca era allora nel flore della giovinezza, nel bollore delle passioni'. Eppure il Petrarca amava la natura, la sentiva; era tutto invasato nello studio dell' antichità.
Ma elle cosa importa 1 I fiori, gli alberi, le erbe, le roccie parlano al suo spirito, come gli parlano Livio, Cicerone e Virgilio, ch'egli ama appassionatamente. Ma c'è però anche un'altra voce che penetra in lui, che lo turba, che lo commuove, che 3 inebria del pari: una voce che egli sente in sè, e che lo trasporta al di fuori di sè, nei sogni, nelle fantasie, nelle speranze, nei terrori di un'altra vita, una voce che è medicina e tormento del suo povero cuore ammalato.
Come nella discesa dal Monte Ventoso, così il pensiero dell'oltremondano assale A Petrarca in altri momenti della sua vita; con lui viaggia, con lui siede a mensa, con lui passeggia i campi e le città; non lo abbandona qualche volta neppure quando egli guarda estatico e innamorato gli occhi di Laura. .
Quello che il Petrarca scriveva ad un cardinale (1): « cuopri le tue membra di porpora, ma cingi di cilizio la mente; quando premi il dorso di nobile cavallo, pensa al giumento su cui Cristo si assise; se ti cuopri il capo del rosso berretto, ti torni al pensiero la corona di spine; se ti riposi in letto dorato, medita il sepolcro di Cristo, medita il tuo; qualunque cosa tu faccia insomma, sempre ti stia dinanzi agli occhi l'ultimo giorno della tua vita, che potrebbe essere anche oggi o domani » : queste parole dipingono quello che spesso accadeva nell'animo suo.
Il pensiero del di là, del misterioso mondo che lo aspetta, il pensiero della morte, siede in lui; è anch'esso un elemento della sua vita, che spesso si fa come ombra del suo corpo, che spesso lo stringe tra le sue lugubri inani per straziarlo ferocemente: ed allora, egli dice addio a tutte le cose più care, sembra diventare un ispido anacoreta nelle parole che gli fuggono come cupi gemiti dall'anima impaurita: «Tutta la vita degli uomini dotti, altro non deve essere che un continuo meditar della morte », così egli dice in un luogo (2). E altrove : « che cosa deve importarci delle ciance di coloro che pretendono di predire il futuro ? Basti a noi di sapere che
(1) De Reb. Fam. XIV, 1.
(2) «... tota doetorum liominum vita, nonnisi commentatio mortis est ». De Reb. Fam. Ili, 12.
Bartoli, Letteratura italiana.