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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   •112 CAPITOLO SEDICESIMO.
   Noi sentiamo da questo elle la vita del Petrarca non era davvero senza molli bisogni: servi, copisti, convitati, cavalli, gli fanno dintorno una folla; ed egli si lagna delle sue ristrettezze. Qualchedun altro forse avrebbe preferito tener mono gente intorno a se, vivere più solitario; non sfamare i parassiti che accorrevano a turbe « avidi di cibo ». Ma codesti parassiti insieme al cibo chiedevano anche la conversazione: « vel cibo pascenda vel fabulis »; ed egli non poteva ricusare quest'ultima senza parere troppo superbo, « ne superbior appaream ».
   Quindi egli s'induce a chiedere; egli che ha resistito alle tentazioni di Clemente VI (1340), dei cardinali di Boulogne e di Talleyrand (1352), d'Innocenzo VI (1350), di Urbano V (1362), che gli offrivano alti e lucrosi uffici, oggi domanda a papa Gregorio XI per mezzo del Bruni, domanda che egli voglia porre alcun riparo e provvedere al riposo dei suoi giorni (1). Ma non sa poi bene, lui stesso, quello che voglia. « Se ti domandano (dice all'amico) qual razza di beneficio ini sarebbe gradito, rispondi in nome mio quello che Cotta rispose presso Cicerone: È più facile dire quel che non voglio, clie quello che vorrei (10).
   Sempre le stesse titubanze, le stesse contraddizioni, il volere e il non volere, il desiderare e il disprezzare.
   Chiede, e nell'atto stesso di chiedere, par che si sdegni con sò stesso, pare che egli attinga al suo orgoglio forze per resistere alle cupidigie che pur senza duDbio gli si destavano nell'animo.
   Leggiamo questo bel tratto di una sua lettera (2): « Tu mi scrivevi ancorarli essere persuaso che il papa è pieno di buon volere per me, ma che la turba famelica dei cardinali ch'egli ha sollevati dal fango a quella dignità, non gli consente di farlo, e che per questo io non debbo aspettarmi nulla di grande. Lascialo fare. Spenga, se gli riesce, la sete in coloro a cui sarebbe scarso alimento il Tago, l'armai ifl Pattolo e tutto intero un Oceano dalle onde d'oro. A me non pensi. Io per me non ho sete nè fame .... Quand'egli avrà riempita, o per dir meglio, quando aJvrà con nuovo pasto irritata quella voragine Dodonea, forse allora si ricorderà del mio nome, e farà per me quello che gli parrà bene di fare; nè io porrò gran differenza tra il molto, il poco ed il nulla ».
   Ma dunque, domanda egli o respinge, è sollecitatore di doni, di regala li ricchezze, o respinge quelli che gli sono offerti?
   10 credo di poter dare anche qui la risposta che diedi ad altro proposito:
   11 Petrarca è insieme l'una cosa e l'altra; il Petrarca è uomo, nelle debolezze e nelle grandezze della sua natura; nei superbi rifiuti e nelle umili domande; nel-
   taediosa perplexitas. Siquaeras, num quod restat, transire possim, ut nunc usque transivi; possum piane, sed liaudquaquam facilius quam olim, immo vero difficilius, quod et sarciua in dies augetur, et vires minuuntur. Habeo hic praebendam, quae milii panem et vinum dat, non solum ad utendum, sed etiara ad vendendum. Residentia mihi aliquid valeret, sed ego urbes uti ergastula fugio, et magis eligo sol tario in rure si oporteat esurire. quam in urbibus abundare: quamvis nulla fuga, nullae me latebrae a concursu protegant. Habeo famulos, sine quibus utinam vivere possem aut scirem; habeo equos, quando paucioros, duos saltem; et ut sileam quae sunt historiae longioris, soleo habere scriptores quinque vel sex .... Habeo unum presbyterum venerabilem virum qui dum in Ecclesia sum assiduus mecum est, cum quo saepe ubi solus prandere disposui, ecce subito e transverso convivaruin acies, vel cibo pascenda vel fabulis; vitari enim prorsus nequit, ne vel superbior appaream vel avarior quam sum ».
   (1) Nam si roget in hunc modum: quamvis nominatim nescias quid petendum sit,cuìus generis tamen beneficia optares edicito: dicam quod apud Ciceronem Cotta : omnibus foro, inquit, in rebus quid non sit citius quam quid sit dixerim ».
   Lo stesso ripete, c colle stesse parole, in De Reb. Sen. XIII, 12.
   (2) De Reb. Sen. XIII, 12.