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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   FRANCESCO PETRARCA.
   . 413
   iìi una settimana a Valchiusa gli pare insopportabile (1); scappa, è sorpreso dalla pioggia, ritorna indietro, e ci si ferma sei mesi (2).
   Dice che sa adattarsi facilmente a tutti i luoghi (3); e poi, che non c'è luogo in tutto il mondo che gli piaccia (4), e che per questo cambia sempre.
   Dice lamentandosi di essere destinato a eterna guerra col sudore e colla polvere (5), e poi confessa che 11011 può mai star fermo, e racconta che glielo rimproverava anche il suo contadino di Valclnusa; e che se non avesse temuto di perdere troppo tempo per i suoi studi, si sarebbe spinto fino nell'India e a Ta-probana (G).
   Pare che da tutto egli si affatichi a trarre una sorgente d'infelicità, di fastidi, di miserie per avvelenarsi l'esistenza.
   Ha bisogno di molti servi (7), e grida contro di loro, e dice che sono (anch'essi come i censori) cani mordaci, ghiottoni, latratori (8); che non ne ha mai trovato uno buono, che dovè patirne ingiurie e strapazzi (9).
   In mille luoghi ripete che si devono disprezzare le ricchezze, e ampollosamente dice che il suo animo, a sublime méta avviato, non consentirà mai che divenga schiavo di vile metallo (10); e che la povertà nel consorzio di un amico vai più assai che non tesori e ricchezze nella soggezione d'altrui (11); e chela migliore condizione della vita è la mediocrità dello stato (12); e via discorrendo.
   Poi, accetta il canonicato di Lornbez da Benedetto XII (1335); si lascia nominare elemosiniere dal re Roberto (1341); ottiene da Clemente VI il Priorato di San Niccola di Migliarino, presso Pisa (1342); la regina Giovanna lo nomina suo cappellano (1343); riceve un altro canonicato a Parma (1346); Jacopo di Carrara gli dà un terzo canonicato a Padova (1349); ed egli fa finalmente un testamento, dal quale apparisce tutt'altro che povertà.
   Non voglio dire con questo che il Petrarca fosse interessato. Ma dico eh' egli non aveva neppure quel grande disinteresse che ostenta.
   Era già vecchio, si era già ritirato ad Arquà, quando nel 1371 o 72 così scriveva a Francesco Bruni (13), segretario del papa Gregorio XI: « Se ti dicessi di non avere quanto basta ad un canonico per vivere agiatamente, direi cosa falsa; ma credo di dirti il vero affermando che ho più persone a mio carico io solo, che non ne abbia insieme tutto il capitolo di cui sono membro. Perciò mi trovo spesso in travaglio e in uno stato di domestica ristrettezza, che forse è onorevole, ma che
   mi è pur cagione di non leggero fastidio......Posseggo qui una prebenda che
   ini dà pane e vino quanto basta non solo all'uso, ma a trarne ancora per vendita qualche po' di danaro. Potrei avvantaggiarmi di qualche cosa se avessi ferma la residenza dove ho il benefizio; ma dalle città io fuggo più che non farei dagli ergastoli; ed amo meglio nella solitudine dei campi patire la fame, che non vivere in quelle nell'abbondanza e nel lusso .... Ho molti servi .... Mantengo cavalli . . . . Soglio tene? meco cinque o sei copisti .... e spessissimo avviene che sull'ora del desinare veggo arrivarmi una turba di convitati avidi di cibo e di conversazione » (14).
   (1) De Reb. Fam. XIV, 8, Nota.
   (2) De Reb. Fam. XV, 2, 3. (3j De Reb. Fam. XV, 3.
   (4) De Reb. Fani. XV, 8.
   (5) De Reb. Fam. XVII, 3. [6j De Reb. Sen. IX, 2.
   (7) De Reb. Fam. IV, 13; Varine, Ep. 15. <8; De Reb. Fam. V, 14. (9j De Reb. Fam. X, 3.
   (10) De Reb. Fam. Ili, U
   (11) Da Reb. Fam. XIX, 5.
   (12) De Reb. Sen. II, 2.
   (13) Variae, Ep. 15.
   (14; « Ego, frater, si quid mihi ad vitarn unius canonici deesse dicam, mentiar; sed si dixero, me plures habere notos et plura inde gravamina quam totum fere capitulum, cuius ego pars sum, forsitan non mentiar; quae an declinare ulla arte valeam ignoro. Saepe certe tentanti nunquam hactenus successi^ unde mihi non exiguus vitae labor, et, quamvis forsitan gloriosa, tamen haud dubie