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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO SEDICESIMO.
   timento generoso ed un concetto potente (1). Era il pensiero di Roma, coronatnc< de' Cesari, che si riconnetteva a quel desiderio. Il poeta del poema di Scipione ambiva alla propria consacrazione in Roma. Egli chiama quel serto: « il delfico alloro, oggetto un giorno dei caldi voti dei Cesari e dei poeti, ora ignorato o spregiato e confessa ch'egli lo ha ardentemente desiderato, e che gli è stato cagioni di bramosi sospiri e di lunghe vigilie (2).
   Si, di sospiri e di vigilie; ma ancora di cupide sollecitazioni, di brighe, e prò babilmente di qualche adulazione a colui dal quale sperava il serto poetico.
   Se l'anima sincera del Petrarca poteva abbassarsi al sotterfugio, all'umilianti ripiego di avere intesa una cosa per un'altra, pur di raggiungere quell'intento non è davvero da meravigliarsi ch'egli adoperasse anche altri mezzi per farsi invitare da Roberto.
   E vediamo se le sue lettere ci dicessero qualche cosa.
   Abbiamo veduto quello che scriveva il 4 gennaio del 39; ora, nove giorni prima il 26 dicembre del 1338, scriveva al re Roberto istesso; e gli scriveva per rispondere ad una sua lettera colla quale quel re gli aveva mandato un epitaffio da lai composto in morte di una propria nipote, Clemenza figliuola di Carlo Martello re d'Ungheria, perchè lo rivedesse.
   Che cosa gli rispondeva il Petrarca? Udite il principio: « Splendore d'insolita luce abbagliò la mia vista. Beata la penna che potè vergar tali cose » : « Prae-strinxit oculos meos fulgor insolitus. Felix calamus visus est cui talia crederen-tur ». E poi loda la stupenda concisione, la sublimità dei concetti, la divina eleganza dello stile. E gli dice che leggendo quell'epitaffio, interrompeva con frequenti sospiri la lettura, e che era sopraffatto dal terrore della morte, e che sentiva des.-derio di non esser mai nato e di non dovere mai nascere. E lo chiama non so. j il più grande dei re, ma il re dei filosofi; e lo paragona quasi a Dio stesso, servendo: « Oh tre e quattro volte beata la donna che in cambio di una temporanea breve, incerta, travagliatissima vita, conseguì una doppia eternità, l'una dal re celeste, l'altra dal re terreno, quella da Cristo, questa da Roberto: « 0, inquarn, felix mulier! Quae prò una temporali vita, eademque brevi et incerta , et mille semper casibus exposita, duas eternitates, ut ita dixerim, consecuta est, quarum alteram coelesti, alteram terreno regi; illam Christo debeat, liane Roberto ». E finisce col dire che ci saranno molti che desidereranno una morte immatura , per avere in compenso un epitaffio come il suo: « Erunt qui mortem immaturam et iacturam modici temporis tali cupiant compensasse panegyrico » (3).
   Anche tenendo calcolo delle tendenze retoriche del Petrarca* (delle quali ci occuperemo in seguito), questi elogi sono cosi eccessivi, che è impossibile non scoprirci sotto l'adulazione..
   E non scoprirla ancora nelle parole colle quali gli dedica l'Africa, colle quali lo ringrazia della peneja fronda a lungo bramata e per lui ottenuta:
   Iudice quo merui vatumque in sede sedere , Optatasque diu lauros, titulumque poetae . . . (4).
   Il giorno stesso, il 23 d'agosto del 1340, giungevano al Petrarca in Yalclnusa lettere del Senato di Roma e dell'Università di Parigi che lo invitavano all'incoronazione poetica. Il suo giubbilo ne fu estremo, come estremo ne era stato il de-
   (1) Vedi nel già citato volume Scritti inediti, ecc. La Laurea del Petrarca, pag. 4.
   (2) .... « Scito me laureae Delphicae cupidine, quae olim clarorum Caesarum et sa-crorum vatum singulare et praecipuum votum fuit, nunc vel •pernitur, mihi sane noctes plurimas insomnes fecit » .... De Reb. Fam. IV, 6.
   (3) De Reb. Fam. IV, 3.
   (4) Lib. I, v. £1-22.