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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   FRANCESCO PETRARCA. 4 l'I
   gloria, alla ricchezza, alla potenza quella povera anima combattuta? Se in lui ci sono più esseri che lottano tra loro, se egli sente e dice di non essere uno, ma di essere anzi incerto e diviso tra mille sentenze e opinioni che contrastano fra loro? (1).
   Vincitore, veramente, fu spesso il suo buon genio della Sorga. In un momento di entusiasmo per la sua libertà egli grida che non desidera ricchezze, che non vuole impieghi-. « io non fui mai desideroso di alto stato, le cime mi fanno paura » (2).
   Ed infatti rifiuta cinque volte di essere Segretario apostolico; ricusa più volte di essere vescovo (3); dice che piuttosto di esser fatto cardinale vorrebbe lasciar la testa sotto una scure (d).
   E sta bene. Ala poi ? Ecco arrivare anche i giorni della debolezza: egli gira troppo spesso per le sale pontificali di Avignone, si fa cortigiano dei Visconti, va ambasciatore per essi e per i papi; soffre immensi disagi per visitare Carlo IV (5) ; è in continuo moto, in continue agitazioni; ha infiniti bisogni, tribolazioni infinite.
   Ora lo commuovono le ansie per la sua laurea poetica.
   A noi mancano oggi i documenti per conoscere tutto quello che il Petrarca fere jier ottenere questo onore. Ma che egli lo sollecitasse, che lo affrettasse coi voti e colle preghiere, che si desse quanto più poteva da fare, per raggiungere questo .utente, non è da mettere in dubbio. C è una curiosa lettera a questo proposito, della quale debbo parlare. Il 4 gennaio del 1339, egli scrive da Valchiusa ad un amico, clie si crede fosse il Padre Dionisio da Borgo San Sepolcro (6), e gli dice: « A te e noto quello che penso della laurea, e come io sia fermo nel non volerla ricevere da altri che da codesto monarca ». II monarca di cui parla il Petrarca è il re Roberto di Napoli.
   Egli continua : « Se meriterò d'esser chiamato, bene ; se no, farò le viste di avere franteso le parole della sua lettera, cioè fingerò di averle intese nel senso di una chiamata » (7).
   Osserva egregiamente il signor Fracassetti, il dotto e benemerito editore e traduttore delle epistole del Petrarca, come da queste parole apparisca chiaro che il Petrarca ansioso di conseguire l'onore della laurea poetica, sperava di ottenerlo dal re Roberto, attendeva di essere da lui invitato a riceverla, ed ove noi fosso, era determinato d'interpretare per modo le parole del re, da fargli dire anche quello che detto non avesse, per trarne motivo a carpirgli di mano l'ambita corona (8;.
   Nè noi vogliamo (come qualcuno ha fatto) muovere rimprovero al Petrarca di questo desiderio della corona poetica.
   Per lui credo anzi anch'io col signor Hortis, che quella fronda valesse un sen-
   (1) «.... iritegerque utinam, ncc in multa dissidentium sententiarum bella distractus ». De Reb Fam. XXII!, 14.
   (2) « Magnae fortunse appetens nunquam fui..........Omnis mihi altitudo suspecta
   est. et prsecipitii admonet omnis asccnsus ». De Reb. Fam. VII, 6.
   ' (3) De Reb. Sen. IX, 2.
   (4) « . . . . Sed rubicnndum quoque pileum non dico ambiendum precibus, sed ultro etiam obiatum si reciperem, ut modo res sunt, et mores ordinis illius, abscissum gladio et rubenti sanguine madidum caput perdam ». De Reb. Fam., XX, 14.
   (5) De Reb. Fam. XIX, 3.
   (G) Vedi nota del signor Fracassetti. De Reb. Fam. Ili, 7.
   (7) « Si tanti fuero ut vocer, bene est. Alioquin, ringam nescio quid audiisse, vei epistola; sua; senstun, quam ipse mihi summa hominis incogniti et familiarissima dignitate transmisit, quasi dubitans, in eam potissimum partem traham ut vocatus videar ». De Reo. Fam. IV, 2.
   (8) De Reb. Fam. IV, 6; nota.
   Bartoi.i. letteratura italiana.
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