fra ngf sco petrarca. 4-17
il Petrarca si sente per 1111 momento felice; il (empo che ha passalo a Val-chiusa gli pare il solo che meriti il nome di vita (1); egli anche da vecchio, ricorre col pensiero agli alberi che vi ha piantati co'le sue mani (2), e alle notti che trascorreva pei monti e nei campi, e al diletto misto di orrore che provava entrando solo nel terribile speco della sorgente (3).
Da Valchiusa erano lontane tutte quelle cose che gli attristavano la vita: «qui (egli dice) non signore prepotente, non cittadino superbo, non lingue mordaci di detrattori superili, non ire di parte, non discordie civili, non clamori, non chiassi, non avarizia, non invidia, non obbligo di strisciare sulla soglia di grandi orgogliosi ; ma invece gioja, pace, semplicità, ingenuità campestre; qui mite l'aura, soavi i venti, aprichi i campi, lucidi i fonti, ombroso il bosco » (4).
Questo è il Petrarca della solitudine ; il Petrarca in gran parte del Canzoniere; il mesto poeta che si asside, lungamente pensoso, sulle rive deserte del suo fiume, e le vede colla fantasia popolarsi di ninfe, e le ode risuonare dei canti delle Muse (5); che guarda il tremolio delle foglie dei pioppi, che si commuove al cicalio degli uccelli, che si rallegra coi fiori (6), che intesse ghirlande, che gode dei solenni silenzi del bosco, e ad essi s'ispira per comporre i suoi versi immortali (7).
Questi è il solitario pensatore e il verecondo poeta; questo è il Petrarca tanto caro alle anime gentili, ai cuori afflitti, agli spiriti cogitabondi.
Ma questo non è tutto il Petrarca. C' è ancora quell'altro che volentieri si lascia cingere di catene, che si lascia porre il giogo sul collo :
......qui vmcula nota libenter
lnfelix, tritaque iugum cervice recepì (8).
Egli è ben contento se può invitare a cena un amico nella sua solitudine (0) ; se può sdraiato sull'erba, richiamare le Muse dal lungo esilio, leggere i suoi poeti, ricordare con commosso pensiero le grandi imprese degli antichi :
(1) De Reb. Sen. X, 2.
(2) De Reb. Sen. VI, 3.
(3) De Reb. Sen. X, 2.
(4) De Reb. Fam. XVI, 6.
1,5) Et videt hinc illinc Nympharum mille choreas,
Musarumque audit totidem per littora cantus . .
Ep. Foet. Sez. VI, 1. (0) Ivi.
(7) Saepe dies totos agimus per devia soli,
Inque manu calamus dextra est, at charta sinistram Occupat, et variae complent praecordia curae. Imus, et ah quotiens ignari in lustra ferarum lncidimus, quotiens animum dimovit ab alta Cura avis exigua, et post se importuna retorsit! Tum gravis e3t, si quis medio se callis opaci Offert, aut si quis submissa voce salutet Intentumque aliis , maioraque multa parantem. Et ìuvat ingentis haunre silentia sylvae ; Murmur et omne nocet, nisi vel dum rivus arenae Lucidus insultat, vel dum levis aura papyrum Verberat, et faciles dant carmina pulsa susurros ».
Ep. Poet. Sez. VI, 2.
(8) Ep. Poet. Sez. IX, 3. (ft) De Reb. Fam. Il, 11.