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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO SEDICESIMO.
   ossa si serhan come reliquie; si commenta dai pergami la spirituale, bellezza dei suoi canti d'amore ; e poi, negli ardenti e ribelli giorni della Riforma, i liberi spez-zatori della catena di Roma ne invocano l'autorità e lo proclamano uno dei loro precursori ».
   Il desiderio della quiete e della solitudine fu senza dubbio uno dei più intensi e dei più continui nel nostro poeta.
   « I tesori, egli dice, che sopra tutti tengo in pregio, sono: libertà, solitudine, silenzio, tranquillità » (1). Egli scrive di avere spesso agognato di celarsi in qualche oscuro angolo del mondo, dove potere quietamente vivere, quietamente morire (2); il suo pensiero corre con voluttà ai verdi prati, alle erbose rive dei fiumi, alla dens;: volta dei boschi (3); leggere, scrivere, meditare sono i suoi piaceri più cari (1 nella sua biblioteca egli trova ogni riposo, ogni diletto ogni conforto (5); invidi;1 coloro che possono non ascoltare che il muggito de' buoi, il mormorare dei ruscell', il canto degli uccelli ; che possono aggirarsi per le selve, pei colli, pei prati, tra gli alberi e le viti; benedice il soggiorno della campagna, di cui non v'ha vita più dolce (6); «toglimi, egli esclama, ogni ricchezza, lasciami nudo siccome nacqui, ma dammi un animo riposato e tranquillo, e mi terrò più ricco d'ogni mortale» (1). Egli .chiama sè stesso amatore del silenzio e della solitudine, nemico del fóro, dispregiatore del denaro (8); si compiace nel ricordare il suo gusto giovanile per le frutta acerbe, e come per giorni interi non si cibasse che di pere, di mele, di fichi e d pesche, e non bevesse che acqua pura (9).
   Infatti egli si scelse un posto, un rifugio dalle procelle dell' anima (10), una solitudine, come ancora la chiama ili), nascosta tra selve e fiumi, presso il limpido e sonante fonte della Sorga (12), a Valchiusa, dove sono due orticelli, l'uno « tutt-chiuso da folte ombre, acconcio agli studi e sacro ad Apollo; l'altro ridente pe> amena cultura, diletto a Bacco, e maravigliosamente posto nel mezzo del rapido e limpidissimo fiume (13); dove non si scorgono che il cielo, le montagne, le fon':, dove il Petrarca non vede volto alcuno di donna, fuori di quello solo, com' egli dice, della sua castalda, simile in tutto ad un deserto di Libia e di Etiopia (14). Ed ivi il poeta vestito a guisa di pastore, in compagnia di un cane fedele, par che si senta felice, sia che si aggiri per i colli o per i prati, sia che peschi nel fiume, o mangi mandorle e noci, o si nasconda sotto una rupe, dove sente destarglisi in mente profondi pensieri. Sentitelo, che egli stesso ci descrive la sua vita:
   « Sorgo dal letto a mezzanotte, e allo spuntare del giorno esco di casa ; ma come in casa, così nei campi e studio e penso e leggo e scrivo. Quanto più posso tengo lontani dagli occhi il sonno, le delicatezze dal corpo, i piaceri dall'anima, dalle azioni l'inerzia. Tutto il giorno mi aggiro per aridi monti, per roride vali:., per antri muscosi, e misuro 1' una e 1' altra sponda della Sorga, non distratto, non veduto da persona viva, e solo in compagnia dei miei pensieri, che di giorno ì giorno si fanno meno pungenti e meno molesti » (15).
   (1 ) De Reb. Fani. XI, 6.
   (2) De Reb. Sen. I, 5.
   (3) De Reb. Sen. Il, 6.
   (4) De Reb. Sen. XIII, 7.
   (5) De Reb. Sen. I, 1. (0) De Reb. Sen. Vili, 7.
   (7) De Reb. Sen. XI, 16.
   (8) De Reb. Fam. Praefatio.
   (9) De Reb. Sen. XII, 2.
   (10) De Reb. Fam-. V, I.
   «... notum procellarum animi mei portum ».
   (11) De Reb. Fam. VII, 4.
   ,,.« in solitudine mea ad fontem Sorgiae».
   (12) De Reb. Fam. XI, 6.
   (13) De Reb. Fam. XIII, 8.
   (I l) « Postremo nullius usquam mul:e-ris, nisi villicae meae faciem, quam si vi-deas solitudinem Lib3'cam aut Aethiopioam putes te videre »... Ivi.
   (15) « Totis diebus aridos montos, rosei-das valles atque antra circumeo. Utramque Sorgiae ripam saepe remetior, nullo qui ob-strepat obvio, nullo comite, nullo duce, nisi curii meis minus in dies acribus ac molestisi >>. De Reb. Fam. XV, 3. Ved. anche Varine Ep. 42.