FRANCESCO PETRARCA. . 413
Lo stato irrequieto di lui, la febbre morale che lo agita, che non gli fa mai trovare riposo, che lo trabalza di luogo in luogo, č la vera malattia dell'anima sua.
«Tutto č incerto per me, egli dice, tranne la morte; io appartengo al numero di coloro che non sono nč sani, nč infermi; nč morti, nčvivi» (1). Dov'egli spera di troAare un porto tranquillo, ivi lo attendono i flutti di un mare sconvolto e agitato (2); se potessi trovare, egli esclama, un luogo qualunque, non dirņ buono, ma non cattivo o almeno non pessimo, da quello non vorrei muovermi mai pił (3); ma quel luogo non lo trova mai, ma quel luogo non esiste per lui, perchč egli porta con sč dappertutto il suo tormento, l'avoltojo che gli ro.le le viscere; e lo sente; e confessa a sč stesso che non ha speranza di trovare riposo in nessun luogo, perchč la noja lo caccia, lo persegue, lo incalza dappertutto (4); la noja, questa grande malattia dei secoli moderni, che ha spremuto dai cuori tanti sospiri e tanta poesia. Il Tetrarca la chiama spesso fortuna, e grida che dovunque egli vada essa gli č sulle orme (5), e che potrą infastidirlo, non atterrarlo ; ma codesta fortuna č il fato dell'anima sua, che non gli fa trovar luogo che gli piaccia; che gli fa rinvenire dappertutto triboli e spine (6); che lo tiene sempre incerto, indeciso, titubante; che gli fa parere ogni cosa difficile; che lo fa « ondeggiare come nave in tempesta »; che lo fa lamentarsi di non voler fare quel che potrebbe; di non potere quel che vorrebbe (7\
In queste condizioni d'animo noi sentiamo gią qualche cosa dell'uomo moderno. L'uomo affaticato da sč medesimo, dalle sue aspirazioni, dalle sue passioni; l'uomo che cerca il dio ignoto, un germe di Rousseau, di Byron, di Leopardi; un germe che si svilupperą, e che darą al mondo le Confessioni, il Don Giovanni e il Bruto Minore
Gią il Petrarca (che pure, come vedremo , č malato di ascetismo religioso) sente il desiderio della morte, ed il suo non č il cupio dissolvi per esser con Cristo, ma sibbene č la noja della vita che lo perseguita: «io tengo per fermo, egli dice (8), non esserci luogo sulla terra dove un animo nobile non si senta infastidito da mille mcomodi, per guisa che nessuno c' č al mondo tanto felice e tanto attaccato alla vita, che questa qualche volta non gli venga a schifo, e non lo tenti il desiderio della morte. »
Altrove egli dice che sąrą contento di vivere e di morire in qualunque luogo, purché, mentre viva, egli trovi un aere respirabile :
...........almus
Cuius ab alternis respirem tractibus aér (0).
(1) «Nec vivo, nec valeo, nec morior, nec aegroto : tum deraum vivere et valere in-II plani cum invenero huius exitum labyrinthi ».
De Reb. Fam. XII, 1!.
(2j De Reb. Fam. XV, 3.
(3) De Reb. Fam. XV, 4.
(4) V . . . Una autem sede sedentibus peculiare semper cum quiete fastidium ». Ivi.
(5) De Reb. Fam. XI, 1.
(6) «... . Pars mundi mihi nulla placet: quocumque fessum latus verto, vepricosa omnia et dura reperio ». De Reb. Fam. XV, 8.
(7) « Ego semper relegens pedem figo , et suspirans bis terque quaterque mecum repeto, quod scriptum est: cunctae res difficiles. Ecce quanta nunc parvis etiam in rebus diflģcultas: quod vellem nequeo, quod possem nolo, quod autem possim simul ac velim quaero, nec invento ». De Reb. Fam. XV, 11.
(8) .... « Nego locum esse sub astris ubi non multa fastidia nobilem auimum fati-gent, adeo ut nemo tam fortuna!us, nemo tam cupidus vitae sit, qui si patientiae fraenum desit, non et vitae odio et mortis interdum desiderio teneatur ». De Reb. Fam. XVII, 3.
(9) Fpist. Poet., Sez. I, 5.