•112 CAPITOLO sedicesimo.
volpo a sò stesso (1), dice che lino dal giorno clie nacque, il dolore, le lacrime, gemiti, le cure affannose abitarono nel suo cuore, che non un giorno solo fu liet< per lui, nel quale il suo spirito anelo potesse cessare dai lamenti:
......qua posset anhelus
Spiritus innuineris finem posuisse querelis.
Tu cerchi pace, egli esclama, ma l'avversa sorte te la nega. Tu vivesti fin qui troppo irrequieto in un pelago iniquo:
Vixisti in pelago nimis irrequietus iniquo, In portu morere, et languentia comprime vela, Collige disiectos iam tempestate rudentes.
Vana esortazione, vano scongiuro; la lunga speranza e il timore gli combattono ancora nel petto (2). Povero Petrarca! egli non troverà quella pace che invoca, altro che sotto le erbose zolle dei colli padovani.
Egli è, che tutti quei mali ei li portava con sè, nel suo cuore, nel più profondo dell'anima sua, che viaggiavano con lui, indivisibili sempre, come l'ombra del suo corpo. Quando egli ci dice che non può trovare riposo in nessun luogo, e che come uomo costretto a posare le membra sopra duro giaciglio, continuamente si volge ora su un lato, ora su un altro (3); quando gli sentiamo dire eh'ei trova sempre in sè stesso qualche cosa di insoddisfatto: « Sentio inexpletum quoddam in prae-cordiis meis semper » (4), allora crediamogli, allora abbracciamolo nella effusione sincera del vero segreto del suo cuore, del vero tormento della sua vita.
Osservate: chi più di lui ha anelato alla quiete e alla solitudine? E chi più di lui ne è stato lontano? Si direbbe che dentro a quel corpo combattano (lue spiriti: l'uno che lo sospinge incessantemente fra i tumulti, fra le cure, fra le brighe e gii onori e gli affanni del mondo ; l'altro, il suo angiolo buono, il genio benefico della sua vita, che lo riconduce alla quiete, che lo culla amoroso tra i fiori e le erbe, sui mesti poggi di Valchiusa; che gli pone sul labbro versi di amore e di dolore, immortali.
Ma codesta lotta durò quanto durò la sua vita, la vita del povero poeta che si affannava tanto per non avere mai pace.
Nella sua irrequietezza, nell'ondeggiare continuo tra due estremi, nell'aspirare incessantemente alle serenità del paradiso, e nel non trovare mai che le agitazioni dell'inferno; nell'eterno dissidio con sè medesimo: in questo sta, se io non m'inganno, il fondo vero del carattere del Petrarca.
(1) Epist. Poet., Sez. IV, Ad seipsum.
« Si meminisse velis, postquam genitricis ab alvo Nudus, inops, querulus, miser et miserabilis infans Emergeas, tremulo vagitus ore dedisti, Et labor et lachrymae et gemitus et tristia curae Pectora torquentes habitarunt corde sub isto; Nulla fuit tibi laeta dies, qua posset anhelus », etc.
(2) .........« Spes longa tremorque
Hactenus assidue nostro de pectore certant ».
(3) « Velut in praeduro reenbans grabatulo huc illue
Versor, nec Votis omnibus quaesitam requiem invenio ».
De Reb. Fam. XV, 4.
(4) Nel Secretimi.