francesco petrarca. 4 l'I
padre. Vadali per aria gli uccelli, i pesci per mare, io sono animale terrestre o voglio andare per terra ».
Un'altra volta, mentre nel 1345 fuggiva da Parma, assediata dalle armi di molti principi italiani, cade in un' imboscata di nemici, e non dissimula punto la paura che n'ebbe, fatta in lui maggiore dall'aver dovuto passare una (com'egli dice) notte d'inferno, a cielo aperto, sotto il cader della pioggia e il romoreggiare del tuono (1).
Nel 1353, mentre esce da Milano coi Visconti, per incontrare il Legato d'Innocenzo VI, Egidio Albornoz, gli sdrucciola il cavallo, ed egli dopo ripensandoci, ha paura del pericolo corso, e scrivendone dice: «et nunc horresco referens » (2): un emistichio di Virgilio citato per troppo piccola cosa.
Fugge qua e là dalla peste che infierisce in Italia (3); ha paura dei terremoti (4) e dei fulmini (5); si lagna delle malattie (6), mentre poi vuol persuadere gli amici che nè la vecchiezza, nè la povertà, nè la gotta sono mali (7), mentre conforta a sopportare con amino invitto l'esiglio (Si, mentre predica che l'unico sollievo contro le avversità è la pazienza (9), mentre sparge per ogni occasione tante sue epistole consolatorie.
Ma buono a confortare gli altri, egli non sa mai veramente confortare sè stesso. La fortuna non si è mai stancata di combatterlo (10); la sua anima ed il suo corpo sono in continua lite tra loro (11); non ha nulla di dolce, tutto gli è anzi amaris-simo; la fortuna lo insulta, gli trafigge l'anima, lo impiaga di crudeli ferite (12); tutto ciò che può bramare o temere gli apparisce come vana ombra, come lina larva, come un fiato di vento (13); la rabbia degli uomini e la vendetta di Dio hanno disfatto e consumato il mondo, tanto che il pensiero non trova più da immaginare specie di male che gli sia nuovo (14); il lutto penetra anche fra le cortine di porpora; gli affanni, i morbi, i travagli si fanno strada anche dentro le rocche più difese (15); il letto della vita è per lui duro, sudicio, spinoso (ló) ; nessun'altra età fu più della sua misera ed infelice (17); la vita è un lungo morire, è una tetra carcere, un'oscura casa di lutto continuo (18); e poi ancora: uno spinoso campo di affanni, un inestricabile laberinto di errori, una crudele palestra di dolori, dove gli uomini si dimenano, si affaticano, si urtano, e dove per colmo di frenesia si abbandonano alla gioia, alla superbia, all'orgoglio (19). In un'epistola poetica eh' egli ri-
ti) De Reb. Fam. V, 10.
(2) Var., 56.
(3) De Reb. Sen. I, 7.
(4) De Reb. Fam. XI, 7.
(5) De contemptu mundi sive Secreto-rum. Dial. III.
(0) Ved., tra molti luoghi, in De Reb. Sen. Ili, 5.
(7) De Reb. Fam. VI, 3.
(8) De Reb. Fam. ii, 3, 4.
(9) De-Reb. Fam. III, 16.
(10) De Reb. Fam. V, 18.
(11) Ivi.
(>2) De Reb. Fam. IX, l
Bartoi.i. letteratura italiana.
(13) De Reb. Fam. XI, 3.
(14) De Reb. Fam. XI, 7.
(15) De Reb. Fam. XIV. 1.
(16) « Lectulus vitae liujus, in quo fes-sus iaceo, quia potius asper, inamoenus, im-mundus, iniquus, scrupulosu3 » ... De Reb. Fam. XV, 4.
(17) De Reb. Fam. XX, 1.
(18) « Quid vero est aliud brevis haec vita quam mors longior? Quid aliud terrena habitatio quam gra\is servitii foedus career, et iugis moestitiae coeca domus? » De Reb. Fam. XX, 1.
(19) De Reb. Sen. I, 3.
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