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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   •112 capitolo sedicesimo.
   se al Petrarca si volesse dar lode di coraggio, per avere scritto cosi arditamente ciò non toglierebbe che l'adirarsi, che il non sapere in certe occasioni schiacciare i propri nemici non conio scrivere, ma col tacere; che l'adoperare la penna dell'aquila contro l'insetto che ronza, è indizio di non forte carattere, di animo che noi sa farsi scudo di sè stesso contro le ingiurie che si onorano rilevandole. Dirò aito di più: questo difendersi, questo irritarsi, questo trascorrere tanto facilmente alla polemica letteraria, è segno sicuro di vanità. Occuparsi (mi servo di un'espressione prediletta del Petrarca), occuparsi di tutti i cani che abbajano dietro a chi pensa, a chi studia, a chi scrive, è indegno di un uomo serio, di un uomo che rispetta in sè la dignità dei propri studi e delle proprie convinzioni. Gli Zoili ci sono stati in tutti i tempi; ma per essi c'è il verso di Dante:
   Consuma dentro te con la tua rabbia;
   non altro che questo verso solo.
   Se il Petrarca non la intendeva così, egli è che il suo carattere non aveva nulla di quel grande disdegno, di quel fiero stoicismo onde furono temprate certe anime che a lunghi intervalli ci si mostrano nella storia.
   Badate però: se sentite lui, egli è anzi uno stoico. Egli si vanta di avere impiegato tempo e studio per aver sempre l'animò armato contro i repentini accidenti (1) : predica che 1' uomo non deve lasciarsi abbattere dalle avversità presenti, nè mettersi in pena per le future (2); esorta gli amici a porre in calma gli affetti (3), dice che all'impeto della fortuna egli sa opporre le forze dell'animo, e che non vacilla, e che sta indomito e impavido sui propri piedi (4); che di tutto quello che può accadergli nella vita non vuol darsi la più piccola cura (5); che non si deve piangere, perchè il piangere e il dolersi non è da filosofo (6). In una lettera al suo Socrate, egli rivolge a sè stesso eroici consigli (7): « Se vuoi durare nel piangere (egli esclama), piangi, ma solo; o meglio impara una volta che il mortale deve sapersi acconciare alle vicende mortali ». Ma tutta quanta la lettera poi non è altro che un lamento continuo; un lamento che egli giustifica, dicendo : « se non mi sfogo col piangere e col parlare, io sento che muoio » (8).
   E la verità è questa. Gli stoicismi in lui sono un'affettazione, o un breve, un rapido ed inutile sforzo contro sè stesso, contro la sua natura che lo porta a temere, a lamentarsi, ad effondersi in querimonie continue.
   Come non era vera l'umiltà, come non era vero l'orgoglio, così non è vera la fortezza d'animo.
   Neppure contro certi pericoli materiali, il Petrarca sapeva essere o mostrarsi coraggioso. Egli descrive, una volta, una forte tempesta accaduta a Napoli nel 1343 (9), e termina col giurare che non metterà mai più la sua vita in balia dei venti e delle onde.
   « In questo, scrive al cardinale Giovanni Colonna, io fermamente ti dico che non saprei obbedire nè a te, nè al papa, nè, se potesse risorgere, allo stesso mio
   (1) he Reb. Fam. IV, 12.
   (2) De Reb. Fam. II, 7.
   (3) De Reb. Fam. V, 13.
   (4) De Reb. Fam. XI, 2.
   (5) De Reb. Fam. XVI, 3.
   (6) De Reb. Sen. IX, 2.
   (7) De Reb. Fam. Vili, 7.
   (8) « Moriar nisi dolorora in fletum ac verba profu.lero ». De Reb. Fam. VIU, 7. De Reb. Fam. V, 5.