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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   capitolo sedicesimo.
   La vanità è tale nel Petrarca, di' egli non soffre consori o nemici. Egli che dice (li non aver mai invidiato nessuno (1), che alletta in tanti luoghi un cosi alto disprezzo per il volgo, che asserisce di non lasciarsi commuovere dai cani che abbaiano, che chiama i suoi nemici ubriachi e sognatori, e neri corvi che si affaticano a scoprire le macchie de' cigni, e insetti che ronzano, e garrule piche (2); egli poi d'ogni censura si commuove, e ne mena alte grida, e si arrovella e si contorce in lamenti, in vanti, in dispetti, in bizze da fanciullo.
   Egli ha un bel dire: « arrotino pure le lingue; io non mi brigo delle parole. Se si proveranno a scrivere, vedranno che anch'io so tenere la penna » (3). Se poi accadrà che i suoi concittadini di Firenze osino censurare i suoi versi, egli rovescerà su (li loro un diluvio di ingiurie, un mare di eloquenza insolente; li chiamerà cani, botoli che latrano e mordono, pigri, inerti, sardauapali. Egli pavoneggiandosi nel pensiero che i suoi versi « passarono intatti non solamente il Po e l'Apennino ma l'Alpi e il Danubio, non incontrando censura in nessun luogo fuori che nella sua patria », dirà ai suoi concittadini: « Oh acuti e maligni, ma non maturi nè solidi ingegni, che fuoco è codesto che v'arde, qual veleno vi attossica, quale sprone vi punge? Non la rabbia dell'Etna che vomita fiamme, non la procellosa Cariddi, o il fragore del mare in tempesta, e quello del tuono . . a voi suonerebbero più tremendi e più ingrati, che non suona il nome di un vostro concittadino » (4).
   Questa non è davvero la calma del grand'uomo, del grande artista, che si sente superiore, che sa che l'opera sua non morrà, e che dall'alto del trono dove siede il suo genio, sfida col sorriso i mortali. Sotto le parole irose del Petrarca c'è la vanità offesa, c'è la rabbiuccia dell'uomo che non tollera censure perchè ne ha paura, Vedete infatti, quante e quante volte egli ritorna all'assalto. Ora non sono più i Fiorentini, ma gli Avignonesi, ma i cortigiani del papa che non gli sono favorevoli nel loro giudizio; ed io (egli dice) « non solamente non li conosco, né mai vol'i conoscerli, ma li credo anche indegni di essere conosciuti », perchè sono « pronti ed audaci, quanto più ignoranti »; perchè « il vuoto dei loro cervelli 1 fa leggieri e corrivi »; e asserisce che li sopporta in silenzio, perchè si debbono rispettare « anche i cani, non solo se scherzano, ma ancora se mordono » (ó).
   C'è un critico che gli rimprovera di avere sbagliata la misura di un verso latino; ed eccovi il Petr. che gli scaraventa contro tutta una lunga epistola poerica, dove chiama quel mal capitato « demente sacerdote di Bromio e di Venere, sepolto sempre nel sonno e nella crapula > (6), dove lo paragona, al solito, al cane rabbioso ; e alla scimmia che osa tentare la fiera:
   .....iam simia tygres
   Audebit tentare feras .... ;
   (1) De Reb. Fam., IX, 5.
   (2) .... « Magni autem et bene compositi viatoris est latratibus non mover. » . . Sin iudicium meum vis, Senecae verbis illud accipe: nihilo pluris me horum verba fonere, quam ventre redditus crepitus. Quid enim, oro te, refert qua parte corporis turpiter so-nent? Et profecto nulla stulti ore pars obscenior est. Quid autem aliis intentum oiporfurio
   latratu rabidi et famelici canes exagitant?.....Neu nigrantes corvi de cygnorum ma-
   culis disputent.....Ego . . . pergam qua coepi, neque ab bac sententia muscarum murmurc deterrebor » .... De Reb. Fam. XiV, 4.
   (3) « Linguas acuant, verba non metuo. Si seripto egerint, sentient et me calamuni habere ». De Reb. Fam. V, li.
   (4) De Reb. Sen. II, 1.
   (5) De Reb. Sen. II, 3.
   (6) Epist. Poet., VII, 1.
   « Quid videt iIle furcns Bromii Venerisque saccrdos, Pliryx verus, semperque cibo somnoque sepultus.....>>