francesco petrarca.
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che non ingrato ne giunga all'Imperatore di Costantinopoli quel suono che giunge gradito all'Imperatore di Roma » (1).
Povero messer Francesco ! Davanti ad Omero essere cosi male ispirato, avere un pensiero tanto piccolo davanti a tanta grandezza !
Ma egli è così fatto. Egli ha sete di fama (2); egli si compiace di essere onorato dai grandi e dal popolo; di esser levato a cielo (3); egli gode narrando che per le vie di Milano saluta la folla a destra e a sinistra con un chinare degli occhi, con un cenno del capo (4); è beato di poter raccontare che i personaggi più illustri lo trattano come un amico, che i principi d'Italia lo supplicano di rimanersi con loro (5), che i dotti si muovono per conoscerlo (0), che i sovrani si muovono per incontrarlo (7), che i Dogi lo fanno sedere alla loro destra (8); che il suo nome basta a farlo passare, non solamente incolume ma onorato, tra schiere nemiche (9J; e poi, dopo tutto questo, egli accusa la propria fama di togliergli la quiete, e dice che essa gli impedirà di giungere alla vera gloria, e che questa è la sorgente delle sue pene e delle sue amarezze (10).
Se smarrisce una lettera, grida che glie l'hanno rubata coloro che si aggirano sempre per la sua biblioteca, cupidi di trovare nuovi suoi scritti (11); e per piangerne la perdita e per giustificare i suoi puerili lamenti, non finisce più di scrivere (12). Se alcuni giovani osano in Venezia fargli uno scherzo, irriverente invero, ma anche innocentissimo (13), mettendo in dubbio la sua dottrina, egli compone contro di essi un grosso trattato (14), il quale, come ben dice il Foscolo, « forzò i posteri a farsi compagni nel bell'umore dei suoi accusatori » (15).
(1) « Vale, vir egregie, nomenque meum quod sine ullis meritis, nescio qua indulgentia vel hominum vel fortunae, iam satis in Occidente cognoscitur, in orientali aula si videtur et inter vestros lieroas notum facito, ut quod romanus Caasar amplectitur, constantinopo-litanus non fastidiat lmperator ». De Reb. Fam. XV111, 2.
(2) De Reb. Fam. XIX, 16.
(3) Ivi.
(4) Ivi. « Ac si quando trans limen vel eundi votum, vel visendi domini me debitum trahit, quo nihil me aliud quam voluntas rara adigit, vel honestas; tum dextra laevaque, flexis oculis et labellis clausis, nutu frontis eminus salutans, salutatusque praetereo, nil in transitu patiens quo fatiger ».
(5) De Reb. Fam. XIV, 4.
(6) De Reb. Sen. XVI, 7.
(7) De Reb. Sen. XI, 2.
(8) De Reb. Sen. IV, 3.
(9) De Reb. Sen. XI. 2.
(10) « Nocet mihi ad quietem et ocium famae pondus, quam rerae nihil ad rem, si idem potest falsa quod verax. Mirum! Ipsa sibi praecox, ne dicam praeceps, fama praeiu-dicat, et falsi nominis magnitudo verae gloriae tardat augmentum. Nisi quod non merebar ante tempus invenissem, potuissem forte quod optabam suo tempore promereri. Verunta-men ita est: hinc cuncta mihi turbida et inquieta fìunt ». De Reb. Fam. XVII, 10.
(11) « Epistolam sub tuo nomine descriptam perdidi. Hoc mihi et nuntii longior ex-pectatio, et sociorum praeceps favor attulit; qui, dum assiduo novarum rerum desiderio et (ut Solini verbo utar) impatientius potius quam studiosius per bibliothecam meam more solito vagantes in illam incidissent, legerunt et tulerunt, ignorante me, veriti, ut asserunt, ne sicut, amicis indignantibus et incuriositatem meam damnantibus, mihi plerumque con-tigerat, illius etiam periret exemplum ». De Reb. Fam,, V, 16.
(!2) De Reb. Fam. V, 17.
(13j De Reb. Fam. V, 12. Nota del signor Fracassetti.
C14) De sui ipsius et aliorum ignorantia.
(15) Saggio sopra il carattere del Petrarca.