•112 capitolo sedicesimo.
mandarne ai posteri la memoria (1), e quando sembra paragonarsi ad Orazio (mi a Cicerone (3), a Virgilio (4) ; e quando per ricompensare Francesco di Carrara dei benefìzi ricevuti, gli scrive una lettera* (5).
Io non sono bene sicuro, però, che questo del Petrarca sia il vero, il grande orgoglio degli uomini che si sentono superiori agli altri, quel disdegnoso orgoglio degli spiriti eletti, che ò spesso generatore di opere grandi.
L'uomo che prometteva all'imperatore Carlo IV di dargli fama nella Storia, un giorno aspettava a desinare un vescovo a Valchiusa. Il vescovo tardò, pare, qualche momento ad arrivare ; ed ecco il Petrarca prender la penna e scrivere : « non ci è più fede nel mondo, aveva promesso di venire, e non viene: forse ebbe a schifo un pranzo da poeta, forse sdegnò onorare colla sua presenza questi luoghi, dove pur vennero un giorno Roberto re di Sicilia, Signori, Principi, Cardinali, sia per ammirar questa fonte, sia per far visita a me » ((>). Mentre scriveva così, il vescovo arrivò ; e il Petrarca mandò nonostante la lettera.
Ma egli non era davvero orgoglioso scrivendo una lettera simile. Direi quasi eh' egli fosse troppo modesto, a strillar tanto per una cosi piccola cosa, a perder tempo per farla sapere agli amici, egli che regalava le sue epistole ai principi come un premio.
A me pare che ci sarebbe da dubitare assai che invece dell'orgoglio, un'altra passione più piccola, molto più piccola, parlasse al cuore del Petrarca. Sarebbe possibile che all'orgoglio si mescolasse in lui anche la vanità %
Vediamolo : studiamo 1' uomo da tutti i lati che esso ci presenta. Noi non andiamo in cerca di ideali, ma di verità.
Che qualche fumo di vanità traversasse il suo cervello, non è veramente da meravigliarsene. La fama sugli animi deboli può produrre facilmente l'effetto delle bevande alcooliche; ed il Petrarca ebbe (come avremo occasione di vedere) fama grandissima, ed animo non forte.
Ma di codesta fama egli si preoccupava incessantemente; ed in questo apparisce una leggerezza, una tempra di carattere che può dolerci di trovare nel nostro poeta.
Niccola Sigeros gli manda da Costantinopoli in dono un Omero, un desideratis-simo Omero ; ed il Petrarca ringraziandolo finisce cosi : « Addio, o grande ed illustre; e poiché non per mio merito alcuno, ma per favore, non so se degli nomili, o della fortuna, il mio nome è già abbastanza conosciuto nell'Occidente; vedi modo, se ti par giusto, che tra codesti grandi e nella Corte orientale pur si conosca, si
(1) De Reb. Fam. XXIII, 2.
(2) Var., Epist. 50.
(3) De Reb. Fam. X, I.
(4) De Reb. Fam. Ili, 2. — Epist. Poet. VII, 1.
(5) « Dudum tibi, vir clarissime, scribcre aliquid meditor, et tu me interdum more tuo Jeniter admones, et indignum esse video inter tot mediocrium et magnorum nomina pra?-teriri tuum nomen, et paternis et tuis benelieiis ita de me meritum, ut nunquam mihi e memoria dilabi, sine ingenti possit ingratitudine, nec unquarn certe hactenus lapsum sit». De Reb. Sen. XIV, I. — Questa lunghissima lettera a Francesco Carrara, si trova in alcune edizioni sotto il titolo De republiea optime administranda.
(6) Nusquam tuta fides, inquit Maro.... Dixerat se ad fontem Sorgine venturum Quid te moror ? Aut poeticum horruit ille convivium .... nec dignatus est esse ubi rex olim siaulus Robertus asvi nostri gloria, et post eum multi vei romulei Cardina'es, vei terrarum domini, interdum font'S, interdum (quod gloriari tecum non pudebit) mevisendi gratia fuerunt; aut, quod cogitare maluerim, nec ego mei generis ultimus , nec fons, ni fallor, inter cunctos primus, digni visi sumus quos modico vai flexu et vix tribus pas-suum millibus restimaret ». De Reb. Fam. XII, 12.