francesco PEtrarca. . 413
Dobbiamo noi credergli ? È questo proprio quello che il Petrarca giudicava di sè medesimo?
Vediamo il rovescio della medaglia.
Mi ricordo di un luogo delle Famigliari (1), dove egli dice di scrivere una « let-teruccia parto di sterilissimo ingegno )>, mentre appunto scrive una lettera lunga (di (re pagine in folio), irta di citazioni, di esempi, di artifici retorici. Quella dunque non era altro che una frase; e frasi potrebbero essere ancora le altre dove fa professione di umiltà e di modestia.
Mi ricordo ancora che nella lettera ai posteri dice di aver conosciuta in altri la superbia, ma in sè stesso non mai, e di essersi sempre tenuto da meno di quello che fu. Ma poi, subito appresso, chi non riconoscerebbe un vanto, un mal celato orgoglio, nel dire che in molti destò invidia per la famigliarità eh' egli ebbe con principi, con monarchi, con grandi; e nel soggiungere ancora che i più grandi monarchi dell'età sua fecero a gara per trarlo a sè, e parvero essi favoriti dalla sua amicizia ? (2). Su di ciò anzi egli ritorna più volte ; e dove mena vanto che duchi e monarchi gli scrissero e risposero alle sue lettere (3) ; e dove ricorda che per insinuarsi nelle grazie di Azzo di Correggio bastava fargli elogio di lui (4); e dove racconta che lo stesso giorno gli giunsero lettere del Senato Romano e della Università di Parigi che lo invitavano a ricevere la corona poetica (5), e dove ama di far sapere che il magnifico Signore di Padova andava dimesticamente a visitarlo m Arquà (6).
L'orgoglio traluce, invero, da mille luoghi delle opere sue. E quando spera che il suono de.la sua fama uscirà da ogni luogo a tormentare gli invidiosi (7) ; e quando dice di essere conosciuto più che non vorrebbe e di avere conseguita celebrità di nome (8) ; e quando mostra di credere con tanta sicurezza alla immortalità dei propri scritti (Ó) ; e quando dice a Carlo IV che gli manderà la propria opera Degli uomini illustri, come ricompensa alla virtù dell'imperatore (10), al quale promette di tra-
(1 Epist. de Reb. Fam. II, 1. « Hse litterulse raptim de arescentis ingenii. scatebris expressaj ». Avverto una volta per sempre che spesso mi valgo della traduzione del signor Fracassetti, e che qualche volta me ne allontano.
{2 « Maximi regum mere setatis amarunt et coluerunt me; cur autem ncscio; ipsi vi-darint; et ita cum quibusdam fui, ut ipsi quodammodo mecum essent ».....
(3) Epist. de Reb. Fam. XV, 1.
(4) Var. Epist. XIX: « Tarn in consuetudinem atque artem versum scires, ut quisque gratiam eius ambiret, quse diu necessaria atque utilis multis fuit, vix aliuude quam a lau-dxbns meis inciperet; efficacissimum persuadendi genus; neque aliis prseceptis oratoriis opus erat: artificiosa satis oratio censebatur qute meis decoribus piena esset. » Cfr. con Fam. IV, 9.
5) Ad Post eros.
(6) Var. Epist. XXXI.
(7) .... « nisi quia nomine forsan offenduntur meo, quod parvum licet et obscurum' ìaaius tamen illis et clanus videtur quam lippa ferre possit invidia ». — «.< Ibimus et la-tebimus non sino gloria, nomenque nostrum, nisi fallor augurio, e latebris quam ex ur-bìbus clapius audiet undecumque torturum invidos ». Epist. de Reb. Fam. IX, 14.
(8 Epist. de Reb. Fam. XI, 12.
(9) Scrivendo al doge Andrea Dandolo, finisce col dire: « Alioquin omnia videns Deus Ciiristus mihi, et prsesens in omne aevum epistola testes sint, » etc. De Reb. Fam. XVIII, 16.
(10) ... « et ita, inquam, id tibi promissum credito, si tibi virtus adfuerit, vita mihi >\.
«.....Quod autem ad te, Caesar, ita demum hoc te munere et eius libri titulo dignum
scito, si non fulgore nominis tantum aut inani diademate, sed rebus gestis » etc. De Reb Fam. XIX. 3.