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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   131
   ch'itolo s indicemmo
   E prima di tutto, non potremmo noi studiarci di rivederlo, quale egli era, nella sua giovinezza, questo poeta delle grazie e dell'amore? Noi tutti, pur troppo, ci siamo abituati a figurarcelo quale è. in quei brutti ritratti che non adornano, ma deturpano le mille edizioni del suo Canzoniere : colla tradizionale corona d'alloro, colla faccia canonicale: un insieme antipatico ed antiestetico. Può essere che il Petrarca fosse tale nella sua età matura; ma tale non era certo nella sua giovinezza: quando destro ed agile, non bello (come egli stesso dice) ma piacente, di un bel. colore tra il bianco ed il bruno, d'occhi vivaci (1), profumato, elegante nelle vesti che cambiava mattina e sera (2). colla chioma lungamente e studiosamente acconciata (3), lindo e azzimato, cercava la compagnia delle vaghe donne senza le quali non poteva vivere (4), si dilettava della musica (5) e dei conviti (0), era insomma un giovane elegante, già ammirato, già cercato per le vie, per le piazze, per le sale di Avignone (7) Avvertiamo che questo ritratto di sè stesso ce lo ha lasciato egli medesimo, e una parte di codesto ritratto in una lettera che egli in età di più di 70 anni dirigeva alla posterità, ad pos'cros, per narrar ad essi i casi della propria vita.
   Scrivere ai posteri non sarebbe per avventura un sintomo di orgoglio? E se anche fosse, dovremmo noi muoverne rimprovero al Petrarca? Noi possiamo ben ritenere che egli avesse la coscienza della sua grandezza; e in un uomo veramente grande, ciò è giusto, è necessario, è bello, perchè quella coscienza stessa fa parte dell'essere suo, della potenza del suo spirito, della influenza che egli ha esercitato sulla sua generazione, e che eserciterà sulle generazioni avvenire. Sentirsi grandi è una conseguenza necessaria dell'essere grandi.
   Però, l'aveva egli veramente codesta coscienza il Petrarca? Ili questa stessa lettera ai posteri egli dice che il suo nome è oscuro e meschino, ch'egli è un omiciattolo (8); altrove che è un uomo da nulla (0), piccolissimo (10); prega gli amiche non sieno mossi a schifo dalla rozzezza e povertà del suo stile (11); c< lama inezie i suoi scritti (ineptias meas) (12), e li paragona a donna gozzuta,- gobba e zoppa (13), e dice che se non fosse l'amore degli amici, le opere sue parrebbero cosa da gittarsi sul fuoco (14); chiama sè stesso un povero chierico già mezzo vecchio (15); si giudica tardo d'ingegno, di giudizio ottuso, rozzo di eloquio, incerto e dubbioso in ogni dottrina (16); e parla (verso i sessant'anni) del suo nome oscuro (17); e umilmente sente delle sue forze (18).
   (1) Epistolae de Rebus Senilibus, lib. XII, 1, Obtulisti mihi; Epistola ad Posteros; Epist. de Rebus Familiaribus, XXI, 13.
   (2) Epist. de Reb. Fam. X, 3.
   (3) Ivi.
   (4) Epist. de Reb. Fam. X, 5.
   (5) Epist. de Reb. Sen. XI, 5; de Reb. Fam. XIII, 8; Epist. Poet. V, I.
   (6) Epist. de Reb. Fam. X, 3.
   (7) Ivi.
   (9) « Hxiguum et obscurum nomen »; « Mortalis homunclo ». ('.)) Epist. de Reb. Fam., Nota alla 13 del Lib. IV.
   (10) Ivi, lib. II, 9.
   (11) Ivi, lib. XIX, 8.
   (12) Variae, Epist. XXII.
   (13) Ivi. « Vidi ego, Barbate, virimi optimum quem strumosae humsrus, quem claudicante incessus, et quem blesae confabulatio delectaret ».
   (14) Ivi.
   (15) Epist. de Reb. Sen.. 2.
   (16) Ivi, 1,7.
   (17) Ivi, IL 2..
   (18) Ivi, VI, 9.