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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   kv capitolo quattordicesimo.
   Dove l'acqua del Tevere s'insala,
   Perocché sempre quivi si raccoglie Qual verso d'Acheronte non si cala.
   Dante poi così prega l'amico:
   . . . . se nuova legge non ti toglie Memoria od uso all'amoroso canto Che mi solea quetar tutte mie voglie, Di ciò ti piaccia consolare alquanto L'anima mia, che, con la sua persona Venendo qui, è affannata tanto.
   Casella intuona il canto :
   Amor che nella mente mi ragiona,
   primo verso di una canzone di Dante; e tutti stanno fissi ed attenti ad udirlo, quando ecco Catone
   Gridando: che è ciò, spiriti lenti?
   Qual negligenza, quale stare è questo? Correte al monte a spogliarvi lo scoglio Ch'esser non lascia a voi Dio manifesto.
   Tutti fuggono, a quelle parole, verso la costa,
   Com'uom che v'ha, nè sa dove riesca: Nè la nostra partita fu men tosta.
   I due poeti giungono ai piedi del monte (Canto terzo):
   Quivi trovammo la roccia sì erta, Che indarno vi sarien le gambe pronte.
   Mentre Virgilio riflette qual via dovesse prendere, ecco apparire una gente d'anime, che veniano lentissime. Virgilio domanda loro per dove si sale:
   Ditene dove la montagna giace, Sì che possibil sia l'andare in suso.
   Le anime restano stupefatte vedendo che il corpo di Dante getta ombra:
   Come color dinanzi vider rottaLa luce in terra dal mio destro canto, Sì che l'ombr'era da me alla grotta,
   Ristaro, e trasser sè indietro alquanto; E tutti gli altri che venieno appresso, Non sapendo il perchè, fero altrettanto.
   Virgilio spiega loro che quello è un corpo umano, il quale
   . . . non sanza virtù che dal ciel vegna Cerca di soverchiar questa parete.
   Intanto una delle anime, volta a Dante, gli dice;