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capitolo dODi Ics imo.
c Chirone dà per guida Nesso, il quale, tra i bolliti che faceano alte strida, tufiàt nel sangue lino al ciglio, addita ai poeti i tiranni
Che dier nel sangue e nell'aver di piglio.
Quivi si piangon gli spietati danni: Quivi è Alessandro, e Dionisio fero, Che fé' Cicilia aver dolorosi anni.
E quella fronte e'ha '1 pel cosi nero, E Azzolino, e quell'altro eh'è biondo, E Obizzo da Este........
Vedono poi l'ombra di Guido di Monforte ; e sentono che nel fondo del bulicame stanno Attila. Pirro e Sesto, Rinieri da Corneto e Rinier Pazzo,
Che fecero alle strade tanta guerra.
Si entra nel secondo girone (Canto tredicesimo), dove sono puniti coloro che commisero violenza contro sè stessi, e quelli che dilapidarono i propri averi. I poeti si trovano in un bosco
Che da nessun sentiero era segnato.
Non frondi verdi, ma di color fosco, Non rami schietti, ma nodosi e involti, Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.
Quivi fanno il loro nido le Arpie. Dante sente che da quegli sterpi escono lamenti, senza vedere nessuno. Interroga Virgilio, e questi gli dice di troncare
Qualche fraschetta d'una d'este piante.
Allor porsi la mano un poco avante, E colsi un ramuscel da un gran pruno, E il tronco suo gridò: perchè mi schiante?
Da che fatto fu poi di sangue bruno, Ricominciò a gridar: perchè mi scerpi ? Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi ....
Colui che parlava cosi era Pier delle Vigne, il quale racconta della propria morte, e giura che non ruppe fede ai suo signore, e prega che la verità sia fatta conoscere al mondo.
Mentr' egli parla, si ode un gran romore per la selva,
Ed ecco duo dalla sinistra costa, Nudi e graffiati, fuggendo si forte, Che della selva rompiéno ogni rosta.
Dietro a loro era la selva piena Di nere cagne, bramose e correnti, Come veltri ch'uscisser di catena.
Uno di essi nascondesi fra un cespuglio;
In quel che s'appiattò miser li denti, E quel dilacerare a brano a brano, poi sen portar quelle membra dolenti.