350
CAPITOLO TREDICESIMO
Fra i dannati del terzo Cerchio Dante trova Ciacco fiorentino, il quale gli predice quello che accadrà a Firenze :
..... Dopo lunga tenzone
Verranno al sangue, e la parte selvaggia Caccerà l'altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia, Infra tre soli, e che l'altra sormonti Con la forza di tal che testé piaggia.
Alto terrà lungo tempo le fronti, Tenendo l'altra sotto gravi pesi, Come che di ciò pianga, e che n'adonti.
Giusti son duo, ma non vi sono intesi: Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville c'hanno i cuori accesi.
Dante domanda poi a Ciacco di Farinata degli Uberti, del Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, di Jacopo Rusticucci, di Arrigo Fisanti, e del Mosca de'Lamberti; e Ciacco risponde
. . . . Ei son tra l'anime più nere, Diversa colpa giù gli aggrava al fondo: Se tanto scendi, gli potrai vedere.
E li vide infatti.
Sull'ingresso del quarto Cerchio (Canto settimo) sta Pluto, che anch' esso tenta (sebbene inutilmente) d'impedire il viaggio dei due poeti. Quivi stanno i prodighi e gli avari,
Voltando pesi per forza di poppa.
Dante non può riconoscerne alcuno, ma Virgilio gli dice che tra essi molti
. . Fur cherci, che non han coperchio Piloso al capo, e papi e cardinali, In cui usò avarizia il suo soperchio.
I poeti traversano il quarto Cerchio, e giungono alla palude Stigia, dove, dice Dante,
Vidi genti fangose in quel pantano, Ignude tutte e con sembiante offeso.
Sono questi gli iracondi, i quali
. . . . si percotean non pur con mano, Ma con la testa, e col petto e co' piedi, Troncandosi co' denti a brano a brano.
E sotto di essi, tuffati nel fango, stanno gli accidiosi:
Fitti nel limo dicon : tristi fummo Nell'aer dolce che dal sol s'allegra, Portando dentro accidioso fummo.
Or ci attristiam nella belletta negra. Quest'inno si gorgoglian nella strozza, Chè dir noi posson cou parola integra. I due poeti arrivano ai piedi d'un'alta torre, in cima alla quale scorgono duo fiammelle,
Ed un'altra da lungi render cenno.