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Giustizia mosse '1 mio alto Fattore. Fecemi la Divina Potestate, La somma Sapienza e '1 Primo Amore
Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed io eterno duro: Lasciate ogni speranza, voi eli' entrate.
Entrano nel vestibolo dell'inferno, dove sono puniti gli ignavi, Che visser senz' infamia e senza lodo,
mescolati
. . . . a quel cattivo coro Degli angeli che non furon ribelli, Nè fur fedeli a Dio, ma per sè foro.
Dante vede un' insegna velocissima, dietro alla quale correva una turba cosi grande di gente che egli non avrebbe mai creduto
Che morte tanta n'avesse disfatta.
Riconosce in quella folla più persone; ma non nomina che Celestino V, il quale rinunziò al papato, indotto a ciò dalle male arti di Bonifazio VIII :
Che fece per viltade il gran rifiuto.
Questi sciaurati che mai non fur vivi, Erano ignudi e stimolati molto Da mosconi e da vespe eh' eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto, Che mischiato di lacrime, a'lor piedi Da fastidiosi vermi era ricolto.
Riguardando oltre, Dante vede poi molta gente alla riva di un gran fiume; e in esso vede venire per nave Caronte, che giunge per condurre tutte codeste anime all'altra riva,
Nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo; e che grida al poeta :
......anima viva,
Partiti da cotesti che son morti.
Ma a lui Virgilio risponde essere volere divino eli' egli passi. Trema la terra, si leva un vento furioso, balena una luce vermiglia; Dante cade
.....come l'uom cui sonno piglia.
Durante il sonno è trasportato oltre Acheronte. E all'aprirsi del Canto quarto egli si trova, risvegliato da greve tuono, sulla proda
Della valle d'abisso dolorosa.
Discende nel primo cerchio, che è il Limbo, dove non erano pianti ma sospiri,
Che l'aura eterna facevan tremare.
E ciò avvenia di duol senza martiri Ch'avean le turbe eh'eran molte e grandi E d'infanti e di femmine e di viri.